Alceo
Brotman
SUDORE
Sudo.
Risudo.
Grani di sale mi
squarciano la pelle.
Sono in una gabbia dalle
pareti lisce. C'è chi riesce a risalirle grazie all'appiglio che
improvvisamente gli si cala da qualche cielo. Sulla mia, invece, vola costante
uno stormo di uccellacci. Uccellacci in pura forma alata, silenti, fruscianti,
ad ali spiegate volanti mai in picchiata, mai in planata, mai in rialzata, ma
fermi, fissi, immobili nel loro imperturbabile volio cupo. Minaccia incombe su
di me rapace, e io sotto di lei sto a capo spesso spiante il cielo foriero di
fato alato.
Odore di silenzio mi
abbraccia da sempre, e da sempre espello pensieri flatulenti, bolle fetide di
costrutti patogeni e patofori, sibili ventosi di risultanze neuronali da me
provenienti infestano il cosmo, e sotto forma di rumori poco scrivibili che
assordano quotidianamente il mondo inesorabilmente tornano dentro questa mente
catodicamente ingombra. Ma in qualche modo, nonostante questa morte che
continuamente mi sorvola, mi circonda, mi chiama, mi tiene vivo, mi stringe il
petto col suo passo avanzante con tonfo basso, mi tempesta di merda, mi chiama a
sé con voce stridente, ebbene, nonostante tutto ciò, nonostante tutto l'altro
qui irriferibile ignoto, ebbene, ebbene, in qualche modo io raggiungerò il
cielo.
Sudo, io incessantemene
sudo e confusione mi accompagna, cervellotiche costruzioni m'impregnano la
mente, che così impegna se stessa, in giri e sistematizzazioni inevitabili in
cui la ragione finalmente impazzita, finalmente al culmine della sua follia,
finalmente in perfetta accondiscendente remissiva identificazione con se stessa,
si dice compiuta, e dice basta a tutto, e giace ai piedi di se stessa, e cioè
di fronte al più irriflettente e irriguardoso specchio.
Mondo insapido, mondo
nauseante, insulso, stupido, in insignificante accozzaglia di significati
sprofondato, mondo pauroso e spaurito, scaduto, da consumarsi preferibilmente
entro data imminente, o forse già andata, mondo schifoso, pensarti mi procura
un leggero ma controllabile senso di vomito, e tra me e te è frapposta una
sottile membrana di sudore.
Sudo. Io sudo
continuamente. Dai miei pori esce il sale del mondo. Sudo sale, pietre di sale
che per uscirmi dalla pelle mi lacerano i pori, me la aprono. Squassata, la mia
carne sanguina. Stille rosse talvolta dense tanto da cristallizzare
immediatamente, e annerendosi rifiutando di scivolare lontane dal corpo che pur
hanno tentato di abbandonare.
Sudo i miei pensieri, e
ognuno me li può leggere sul corpo, sugli abiti, negli occhi.
Sudo di tutto, sudo tutto
ciò che vedo.
Il mondo mi piove addosso,
mi entra dentro con la stessa violenza con cui dovette spaventare il primo uomo,
e mi esplode, mi si frantuma nel corpo, mi riecheggia in ogni suo anfratto, mi
sventra le budella, il cuore, lo stomaco. I colpi che ho ricevuto mi hanno
curvato sempre più, fino a fare di me una curva umana, un essere schifoso,
abietto, capace di far vomitare, niente più niente meno che una virgola, una
pausa sospesa tra una frase e un'altra, un dubbio permanente, una tensione
irrisolta. Vivo praticamente piegato sulle ginocchia, quasi accovacciato, e
inspiegabilmente in questa posizione giro per le strade, ponendo tempi pausati
tra me e i luoghi del mio passaggio, che al vedermi rallentano il loro andar
frenetico, e stretti da violenti attimi di repulsione, stringono il diaframma e
bloccano il respiro, finché io non sia passato.
Ogni giorno durante giorni
a me ormai estranei di molto tempo fa, ho condotto me stesso attraverso
un'esistenza dimenticata. Costruivo pazientemente dimenticanza attorno a me.
Attorno ad essa, come a montagna scura eretta nella notte del deserto in cui
cammino, la memoria mia cammina, e gira, gira, rimettendo sudanti orme attorno a
sé. La pianura conta innumerevoli le mie orme che la percorrono incancellate da
mille venti, tifoni, tempeste, a volte soffi leggeri, o anche torrenti in piena,
laghi debordati, nuvole scoppiate, tuoni tra permanenti tuoni e acque
sommergenti. La sabbia copre i sentieri sovrapposti, circolari, impensati, mai
compiuti. Poi li scopre. Poi li ricopre. Sempre così, mentre la montagna è
là, e io giro, ciecamente giro, perimetrando con questo mio girare una pianura
liscia e amorfa in cui io, unico loro bersaglio, vivo indifferente a tante
tempeste.
Ebbene, io lo dico ora, lo
grido, lo penso: prima o poi uncini d'acciaio pioveranno anche per me, e
penzolando dal di sopra di tante nuvole, casualmente mi appiglieranno a sé, mi
penetreranno nella carne, mi si agganceranno sotto qualche costola, le loro
punte mi sfioreranno il cuore, che battendo contro di esse si perforerà ad ogni
impulso, e darà via sangue, sangue, sangue, e io suderò, ma terrò duro,
trascinato verso l'alto, sempre più in alto, mentre il mio cuore si chiederà
perché tanto dolore, e perché tanto alleggerimento, ebbene, ebbene, tra tanti
uncini, tra sangue e sudore, acciaio e invisibili fili, ebbene, potrò
attraversare direttamente la tempesta, stare finalmente dentro tante malediche
nuvole tuonanti, e da lì vedere finalmente dall'alto i luoghi del mio vagare, e
le mie orme incerte, e le mie domande inscritte nella loro incerta traccia.
Ho lavorato molto. Ho
strani vuoti di memoria. Io, la mia memoria, siamo in una strana condizione di
vuotezza. Noi siamo questo vuoto. Lei lo è. Io sono lei. Mi sento vuoto, forse
lo sono. Credo di esserlo, a volte ne sono certo. Adesso ne sono certo. Sono
completamente vuoto. Sono un barattolo, sono una lattina senza nulla dentro, e
senza lamiera attorno, e senza etichetta. Non esisto. Oppure sono rabbia, rabbia
possente di non poter vivere mille vite, ma una soltanto costretto a subirne.
Perché mai una e non mille? Perché mai questa e non un'altra? Ho lavorato come
un cane, supino a quattro zampe mi sono spezzato le ossa per salire e scendere
sacchi di carta da un piano all'altro del mio ufficio. Esibivo forza, i primi
tempi. Dopo un po' di mesi la puzza dei sacchi mi era entrata nelle ossa. Mi
sentivo un sacco, lo ero, ero il suo contenuto, ero la sua trama pelosa, ero una
cosa che trasportava da un piano all'altro di una cosa di cemento una cosa
pelosa con dentro cose di carta. I sacchi mi amavano, io li amavo. Amavo il mio
lavoro perché mi era capitato, e quindi trovavo in questo una spiegazione nel
dovere, nel fatto che in un certo senso dovessi amarlo. Perché sacchi e non
altro, infatti, perché sacchi pesanti e non altro, infatti, mi chiedevo, e
trasportavo sacchi pelosi da un piano all'altro del fabbricato senza nome,
trasportavo sacchi tutti uguali, e tutti dello stesso peso, e tutti con lo
stesso odore, all'interno della scala con le pareti bianche, con addosso il mio
camice bianco, e il mio odore di sacco, e tutto quel dannato bianco, e la mia
mente sbiancata, e la mia domanda vuota, che si domandava del suo esistere, del
suo domandare, di un perché assolutamente inesistente, e mi rispondeva con un
rispondere che parlava di dovere, un dovere persino da amare, poiché, mi
diceva, era proprio quel dovere e non un altro, il dovere di trasportare sacchi,
di essere un sacco, e quindi un destino, un enorme inevitabile destino da amare
per dovere. Di laghi di sudore ho sommerso il mio trasportar sacchi, laghi
salati, laghi che disseccandosi trucideranno terreni una volta fertili,
facendone stipe immense di salatissima terra. Da ogni antro microscopico di
terra io griderò, e la mia voce sarà la maledizione stessa della terra
diventata sterile, la mia voce sarà l'esodo verso un altrove lontano, la mia
voce sarà la necessità di abbandonarmi, e scappare, fuggire, andare lontano,
non calpestarmi più, perché dal calpestarmi non si ricaverà più nemmeno il
più stupido filo d'erba. Sarò terra infeconda, e spaccata, e tanto lo sarò da
far paura ai rettili, e agli scarafaggi, e all'acqua, che mi rifuggirà per
sempre, spaventata da tanto arido gridare.
Sudo. Io sudo
continuamente. Rivoli fluenti di sudore sgorgano dai miei stracci asciutti. Le
punte delle mie dita ammarronite, la cicca tra le mie labbra, i pantaloni
bianchi tenuti in vita da un laccio, la mia posizione molto poco eretta, anche
tutto questo sono io, e lo sono diventato trasportando sacchi. Ho accumulato ore
ed anni di lavoro straordinario, restando la sera nascosto in un sacco e
attendendo che l'ultimo portinaio avesse chiuso l'ultimo ingresso, e quindi
uscendo, e trasportando sacchi anche di notte, fino alla mattina, e poi ancora
per il giorno seguente e la sera successiva, e a Natale e Capodanno ho
festeggiato trasportando sacchi, e nascosto nel mio personale sacco ho pianto
per la gioia di essere là, di avere un posto, di stare al caldo, di sentire il
respiro delle trame pelose di mille e mille sacchi che sempre più, ormai, si
piegavano affettuosi su di me avvolgendomi coi loro respiri caldi, col loro
profumo familiare, con la loro presenza rassicurante, la loro numerosa presenza,
il loro nome particolare, uno per uno attorno a me disposto, a non poter far a
meno di me, loro amico, loro trasportatore, loro fratello, degno di portare su
di me il loro odore, e loro il mio, io, il re dei sacchi, ero finalmente
circondato da innumerevoli corpi colmi d'affetto. Piangevo, e chiuso nel sacco
talvolta restavo immobile e in silenzio per giorni e giorni. Di notte uscivo, e
l'emozione di ritrovarmi tra corpi amici mi procurava un'enorme gioia, e sudavo,
sudavo per il timore di tenere dentro di me tanta gioia e scoppiare, e sudando
bagnavo le trame pelose, e il mio sudore le lavava, e le salava, e portava me,
così diluito, in giro per il mondo. Ma l'ultimo portinaio della sera da qualche
tempo cominciava a intrattenersi dalle mie parti, e girando tra silenti sacchi
ne toccava la superficie ruvida. Poi ne squarciava parte con un coltello, e dai
sacchi sgorgavano le interiora cartacee, e di qua cadeva uno stomaco, di là
restava appeso un pezzo d'intestino. Lo sventramento durava pochi attimi, e gli
organi venivano poi condotti via, ammassati in un altro unico grande sacco, e
solo dopo tale scempio l'ultimo portinaio chiudeva l'ultima porta. La caccia al
ladro notturno iniziò immediatamente, e dovetti scegliere tra il precedere
l'ultimo portinaio e il restare dentro, tra i miei fratelli muti, muto come
loro, ad attendere il mio turno, ad attendere l'assassino, e farmi aprire le
pelle, e vedere le mie budella a terra qua, o appese là. Restai. Chiuso nel mio
sacco attesi una notte, poi una seconda. I turni di guardia iniziarono ad
allentarsi, si pensò che il ladro non sarebbe più tornato. La decima notte fui
solo.
L'undicesima anche.
Un rumore ruppe l'attesa
durante la dodicesima notte.
Qualcuno di noi sapeva di
poter morire, di poter essere improvvisamente dilaniato da una lama rapida.
Attesi senza respirare,
solo la mia pelle apriva i suoi pori senza tregua. Attraverso essi sentivo i
passi, il respiro, l'odore, la sagoma, lo sguardo, le intenzioni, la direzione.
Attraverso essi io vedevo.
Lui camminava sicuro, e la punta del coltello era diretta verso di me, verso
l'alto.
Non mi mossi. Si fece
strada tra i sacchi.
Cercava.
Toccava.
Voleva, desiderava.
Sorrideva.
Giunto a poca distanza da
me, si fermò. Si portò la lama del coltello in bocca, e con la punta verso
l'interno la tenne stretta. Le mani gli servivano sgombre. Allargò le gambe, si
mise in posizione per pisciare. Ne vedevo la punta dei piedi, e la sommità del
capo coi capelli arruffati. Saltai. Il giorno successivo, spostando sacchi da un
piano all'altro, ne scoprii il cadavere che mi guardava impazzito, col coltello
lungo e stretto che gli entrava dalla bocca e gli usciva dalla nuca, e sommerso
da mille sacchi, folle suicida sommerso da altrettanti corpi inspiegabilmente
precipitati dal soppalco.
Da qualche tempo
immemorabile non lavoro. Mi hanno trovato chiuso nel mio sacco, e mi hanno
allontanato, stupiti di me, della mia forma, del mio aspetto poco descrivibile.
Mi hanno allontanato da tutto ciò che avevo, mi hanno regalato notti e notti
prive di sonno, giorni e giorni pieni di stordimento. Sono vissuto mesi e poi
anni avvolto in un cartone, e lì ho sudato rabbia e veleno, e ho maledetto
gente e gente, e ogni Natale e ogni Capodanno per me è stato triste, triste nel
ricordo di amici soli, amici portati da un piano all'altro della loro esistenza
immobile da qualcuno che sposta indifferente cose, e sbatte a terra tutto, e ci
cammina sopra, e ci sputa addosso, e ci spegne mozziconi, e guarda con occhi
vuoti, e vive così, pieno di tanta convinta forza. Ho maledetto ognuno, e alla
fine ho odiato anche loro, che pur avevo amato, i miei sacchi, che mai mi hanno
cercato, e di loro vado dicendo, biascicando, blaterando in lungo e in largo, di
loro, i traditori un tempo amati. Il freddo mi ha punto le ossa, e la rabbia mi
ha trasformato in qualcosa di diverso, qualcosa di rapace, nuovo, debole e
feroce allo stesso tempo, pericoloso e abietto, ora che odio e basta, odio
chiunque mi si avvicini, e voglia guardarmi meglio, per capire meglio, rendersi
conto di come possa essere possibile una cosa così, e cioè io, e chiedermi
qualcosa, o tacere, ammutolito, asciutto, e comunque asciutto nella sua
eventuale - e opposta a tanta curiosità - indifferenza.
Vivo in uno stato di
continuo stupore, sento perpetuamente come un olezzo di merda d'uccello e sudo,
sudo in quantità indicibili, forse spaventato dal battito frusciante e lento di
mille ali che mi sorvolano in paziente attesa, compiendo circoli perfetti.
Sudo e vivo stupito.
Osservo chi asciutto mi circonda. Gente asciutta. Libera. Circondata da
affettuosità ridenti. Senza scia.
Ognuno con il proprio
compatto passato, trascorso eppure tutto in qualsiasi momento rinvenibile, tanto
da farne logica argomentazione. Io non ne ho, ogni possibile discorsiva
argomentazione fugge da me convinta del suo logico fuggire.
Tutto sciolto, tutto
sciolto in migliaia e migliaia di litri di salatissimo sudore, tutto accumulato
lungo le strade, lungo il mondo che ho percorso, scia bianca che mi sono
lasciato dietro, coni di grani di sale che fanno invidia alle vecchie cave, coni
ora appuntitissimi ora smussati, senza cima, che ho lasciato laddove abbia
sostato per un po' di tempo.
Bave salate. Orme ora
scoperte, ora appena appena coperte da sottilissima sabbia che io,
inesorabilmente vado perimetrando alle falde di scura montagna.
Restituisco sale al mondo,
che mi penetra in un modo e mi lascia così, continuamente bagnato di
sanguinolento sudore.
Pezzi di sale grossi
quanto unghie mi escono dai pori del corpo, e mi cicatrizzano,
contemporaneamente alla loro fuga, le ferite che provocano sulla mia pelle.
Per me non esiste né
passato né futuro. Tutto è sullo stesso piano, un piano che io, continuamente,
salo. Cosicché tutto si potrebbe dire di me, fuorché che io non sia un
abitudinario. Io sono proprio quello che ogni giorno, di me, mi si presenta
davanti allo specchio, ma solo da quella parte di esso, perchè ciò che resta
da questa parte mi sfugge sempre un po' di più. Tuttavia, tutto potrei
affermare, tranne che io sia uno incapace di mantenere le proprie abitudini.
Possiedo un armadio, e vi
conservo qualche indumento. Mai una toppa, mai una sola toppa ho avuto bisogno
di cucirvi. Mai che la piega dei miei pantaloni si sia scucita, mai che per
questa stoffa ci sia stato bisogno del ferro da stiro. Giammai. I miei abiti
sono integri, sani, di colore sobrio e permanente, a dir poco nuovi nonostante
anni e anni di uso protratto, di logorio forzato, di strappi indotti, di
scuciture conquistate con i denti, di lacerazioni prontamente ricomposte.
Tonnellate e tonnellate di sudore li hanno attraversati senza intaccarli.
Migliaia e migliaia di coni, cilindri, cubi e sfere tutti di sale e di
dimensioni gigantesche hanno cominciato a formarsi strusciando su queste stoffe,
attraversandole, o scivolando lungo la loro parte interna, uscendo dalla parte
bassa dei pantaloni o dalle maniche.
Torno a casa io di sera,
entro, chiudo la porta, mi chiedo se per caso non ci sia qualcuno nascosto sotto
il letto o proprio nell'armadio, e fisso con gli occhi roteanti mi pianto
immobilizzato da paura glaciale davanti all'armadio minaccioso, che cresce,
cresce, e del suo cupo colore riempie tutto, e mi circonda, e mi inghiotte,
paralizzandomi anche lo sguardo, e sottraendomi sudore, sudore freddo, sottile,
e con la torva vuotezza del suo interno riempito dalla mia paura attanagliando i
miei pensieri, che dentro di lui stanno, catturati, chiusi a chiave, e si
chiedono di se stessi, il mostro, fino a stancarsi, a cedere, a non sostenere
più tanto energica invasione, e ritirarsi, fino a che l'armadio poco per volta
sottrae il suo cupo colore dagli angoli, e a modo d'ombra torna su se stesso,
ridiventando semplicemente se stesso, e rimpicciolendosi, assumendo altre e
minori dimensioni, piccolo significato misurante esattamente i centimetri cubici
che lo compongono, e tornando alla fine nel suo punto iniziale, meno cupo e meno
torvo, dandomi respiro, e dimensioni nuove, forze e altri pensieri.
Mondo insapido, mondo
nauseante, insulso, stupido, in insignificante accozzaglia di significati
sprofondato, mondo pauroso e spaurito, scaduto, da consumarsi preferibilmente
entro data imminente, o forse già andata, mondo schifoso, pensarti mi procura
un leggero ma controllabile senso di vomito, e tra me e te è frapposta una
sottile membrana di sudore.
Io non mangio. Io non ho
fame. Odore di digiuno da sempre mi accompagna. Non mangio per fame, ma il
piccolo dovere me lo impone. Io non mangio, ma consumo. Dovunque sia se trovo un
qualunque scarto di avanzo io me ne impossesso, e lo divoro. Qualunque cosa sia,
io la mangio. Dalla spazzatura esce il meglio. Altro lo produco in proprio:
unghie e capelli, materiali purulenti estratti dalla mia pelle, forfora grassosa
e sporcizia accumulata sotto le unghie, brandelli di pelle secca che mi stacco
coi denti, smegma, tartaro, muco nasale e eventualmente bronchiale, feci e
urina, e sangue e sudore. Io sono tutto questo, e progressivamente faccio in
modo che di me nulla mi sfugga, attentamente inghiottendomi, masticandomi,
riciclandomi, godendomi, recuperandomi, operando tale atto d'amore da spaventare
chiunque possa guardarmi in tanta attenzione verso me stesso. Il mio amore per
me è tale che annulla gli altri, e gli altri mi scansano temendo di entrare in
un mondo dove in mio nome verrebbero da me mangiati. Io li mangerei per amore,
amore verso me stesso, ma pur sempre amore. Uccellacci girano silenti sopra il
mio capo. Nessuno capisce ciò che sono, fui, sarò. Sono nella valle
abbandonata da ognuno, e solitariamente cammino. Schizzi di tempo compaiono di
tanto in tanto in forma d'immagine. Apro le ante dell'armadio e vi lancio dentro
abiti. Mille volte ho tolto la mia camicia, e mille e una l'ho rimessa. Questa
operazione si chiuderà in pareggio. Sempre la stessa, sempre la stessa e
candida camicia io ho messo e tolto mille e una volta.
Mai una volta che io abbia
lavato la mia camicia, mai una volta che abbia dovuto privarmi per tre giorni
della mia giacca, o del mio maglioncino per portarli in lavanderia o in
sartoria. Mai. In tanti e tanti anni posso orgogliosamente dire che essi hanno
resistito alle intemperie e al sudiciume almeno quanto me.
A Natale ho vinto un
premio, uno di quelli che le aziende mandano direttamente a casa, senza nemmeno
chiedere se si voglia vincerlo o no, ma che mandano di prepotenza, e dicono 'lei
è fortunato!', e ingombrano la casa con qualche loro sciocchezza. Il pacco,
piccolo, ma tanto da entrare in una tasca, è arrivato così, senza preavviso.
Io l'ho portato dentro, ho letto sopra di esso il mittente, ricordando la prima
volta che ho ricevuto un pacco, senza chiederlo. Fu così, infatti, che ottenni
il mio primo pacco di costruzioni, per posta. Mia madre lavorava per mandare
avanti la baracca, e mio padre anche, e mia zia era l'unica che restasse in casa
più a lungo. Così mia madre pensò, un giorno, di spedirmi un regalo. Un bel
pacco di costruzioni, che non tardarono a stravolgermi l'esistenza. Sudori
immensi.
La zia me lo portò fino a
dentro la mia stanza. Lo scartai. Le poste usano una carta dura. Versai le
costruzioni sul pavimento. La zia mi disse che ogni volta, dopo averle usate,
avrei dovuto rimetterle a posto nella scatola. Così feci. Iniziai a costruire
il mondo in maniera sempre più complessa, sempre più articolata, e poi lo
decostruivo, lo smontavo, lo dissolvevo, lo riducevo in tanti piccoli pezzi di
plastica blu, o rossa, o gialla, e li mettevo, ben ordinati, nella scatola di
costruzioni, che chiudevo nell'armadio, e che poi riprendevo per ricominciare
tutto da capo. Quando mia madre morì non partecipai ai funerali, ma, nel chiuso
della mia stanza, gliene costruii di grandiosi. Cominciai dai cavalli, coi
pennacchi, poi li distrussi e costruii la bara con dentro il corpo di mia madre,
e affianco i parenti. Poi con i pezzi smontati di nuovo realizzai la chiesa,
immediatamente, prima che il corteo vero vi giungesse. La chiesa fu per me il
momento più difficile. Tuttora parlarne mi sconvolge. Sudo. Risudo. Cospargo di
sale l'universo. Riempio di trilioni di tonnellate di cucchiaini di sudore ogni
interstizio della mia memoria. Da bambino la mano a forma di ganascia di mia zia
mi trascinava per il paese, strusciandomi sul basalto nero, bagnandolo del mio
sangue innocente. Il braccio mi si allungava sempre più, fino a che il resto
del corpo a volte riusciva a restare in casa, mentre la mano stretta da quella
donna buia, con parte dell'arto ad essa collegato, la accompagnava fino alla
chiesa. Tuttora una parte di me, sicuramente quella che di me è la parte più
religiosa, e più inconsciamente tale, permane nell'atrio possente e sonoro di
quella piccola chiesa, e riemerge sotto forma di coralità tonitruanti
contenenti mistici fraseggi.
Di fronte a una decisione,
di fronte a una separazione, di fronte a un consiglio da dare, o a un suicidio
da ponderare, il braccio comincia improvvisamente a farmi male, dolermi,
lacrimare, sanguinare, e, nonostante ormai io mi sia trasferito a migliaia di
miglia da quel posto, ho sentito dire che i cubi di basalto del mio vecchio
paese trasudano, in concomitanza con le mie pie preoccupazioni, litri e litri di
sangue vergine. Ho anche saputo che il vescovo del posto ha sequestrato tutti i
cubi di basalto della strada, e che se li è fatti collocare dentro camera sua.
Ormai, però, la strada, in seguito a questo scempio, è diventata polverosa e
sfossata, bianca e deserta come una cava di sale, e quasi nessuno più la
percorre per raggiungere la chiesa in fondo al paese. Mia zia è morta, il prete
anche, e pare che i ladri una notte sì e una no vadano a rubare il poco che
rimane nella vecchia cappella: un pezzetto d'intonaco, qualche scheggia di
mattonella, le ciocche di capelli delle donne vestite di nero che la
frequentavano. Con le mie vecchie costruzioni avevo ricomposto la strada, ma poi
l'ho smontata, e avevo ricostruito la chiesa. Ma troppe cose non ricordo di
queste mie mille vite, e molti particolari, dell'interno, mi sfuggono al punto
tale che ho preferito smontarla e rimetterla così, in una sua forma per così
dire concettuale, nella ormai logora scatola, che l'ha accolta sotto forma di
tanti piccoli cubi rossi, blu e gialli.
Ai tempi delle costruzioni
non era raro che mi nascondessi, durante il giorno, e per motivi che di certo
non ricordo, ovunque mi capitasse di poterlo fare. Con una scusa qualunque
scendevo di casa, e mi nascondevo da qualche parte. Non avevo un piano, un fine,
o chissà che. Non volevo spaventare né preoccupare nessuno, ma soltanto
starmene fermo e nascosto, ecco tutto. Non sono mai riuscito a collegare il
fatto che mi nascondessi col fatto che mi cercassero. In un certo senso, ho
scoperto di nascondermi quando già ero abbastanza grande. In un primo momento
mi collocavo in un certo posto, e restavo immobile per ore, giorni. Restavo
così, fisso sulle ginocchia, attento ai minimi rumori, attento al mio stesso
respiro, che usavo solo in caso di emergenza. Quando mi riportavano in casa
doveva correre sempre il medico, per rimettermi le gambe in posizione normale,
per ricollocarmi in piedi, visto che avevo assunto ormai come naturale la
posizione accovacciata.
Non ricordo altro.
Piuttosto, attorno a me io costruisco dimenticanza. Un giorno, mi avevano
cercato dall'ora di pranzo fino al tardo pomeriggio, senza mai trovarmi. Ebbene,
quella volta avevo trovato un rifugio migliore rispetto al solito baraccone
delle capre o al pollaio. Mi ero infilato nella bottiglia fatta di spugna che
mio padre aveva portato a casa da un bar, in cui era solito passare la sua vita
dal pomeriggio a tarda notte. La bottiglia, enorme, era lo sponsor di un noto
liquore ancora oggi molto conosciuto. Il proprietario del bar, anziché
buttarla, aveva chiesto se qualcuno la volesse, e mio padre si era fatto avanti.
Poi, dopo un paio di giorni, s'era stancato di tenersela per i piedi, e l'aveva
depositata dentro la mia stanza. Da allora ebbi il miglior nascondiglio che
avessi mai trovato. Nessuno riuscì mai a pensare che durante le ricerche
spasmodiche di cui di tanto in tanto diventavo il soggetto, io ero nascosto
nella bottiglia. A pensarci bene, tuttora essa, sistemata come l'ho nella mia
dimora, rappresenta per me un luogo di sicuro rifugio. Assieme ad essa, e al mio
braccio a dir la verità un po' collerico, in un certo senso io controllo il
mondo attorno a me. La sua cerniera laterale, che la apre fino alla base e mi
permette di mettermici dentro, è tuttora perfettamente funzionante. L'etichetta
è ancora ben leggibile, e le sue pareti, essendo essa di spugna, sono morbide e
calde, ed effondono un profumo a dir poco inebriante. Molte volte io tiro giù
la cerniera, entro nella bottiglia e vi resto per un po' di tempo. Un mese,
qualche anno, dipende. Circondato dalle sue pareti flessuose, rotonde, io
cammino, salto, corro, rallento, fino a sparire dallo sguardo di tutti, fino a
diventare praticamente invisibile. La mia unica gioia è aspirare l'odore della
spugna. Il profumo della spugna mi confonde, mi prende, mi fa navigare lontano.
Il mio sudore lentamente la riempie, mi cinge le caviglie, poi le gambe, poi la
vita, le spalle, mi sommerge tutto, e io lo bevo, lo rimangio, lo rimetto tutto
dentro di me, e poi lo ricaccio, e lo mescolo col sangue che sgorga dai miei
pori dilaniati dai grani di sale, e poi lo ribevo, lo rimangio, e nel frattempo
sudo, sudo continuamente, mai stanco di essere, di esistere, in quanto io esisto
solo così.
E' per questa personale e
aderentissima condizione atavica che mi ritrovo spesso di nuovo dentro qualche
flacone, bottiglia, damigiana, fiasco o quant'altro vi somigli. Appena passo
davanti a un bar con le sue bottiglie esposte, immediatamente ne vengo
risucchiato, e allora il mondo mi dimentica, io lo dimentico, e tutto resta
sospeso, in un certo senso, almeno fino a quando non accade qualche cosa di
esteriore, per così dire, come lo squillo del telefono, o l'urlo di qualcuno
che mi chiama, o il fatto stesso che qualcuno la tappi. In casi come questi
appena detti, comincio ad arrampicarmi sulle pareti vetrose con le mie tremanti
mani bagnate e sempre incerte, e cerco, scivolando ad ogni passo, di risalire la
parete trasparente.
Da fuori, distorto dalla
convessità del mio contenitore, il mondo mi appare sotto strane forme, e di
queste forme mi convinco a punto tale che una volta fuori, ammesso che ci
riesca, mi ritorna davvero difficile immaginare di poterlo rivedere nella sua
naturale piattezza.
Spesso capita che qualcuno
prende tutto tra le mani, con me dentro, lo capovolge, e lo agita, fino a che
io, tra i vomiti dovuti a tanta agitazione, e i capogiri che ne conseguono, ne
vengo sbattuto fuori, finalmente di nuovo nel mondo piatto, dove i miei occhi
rotondi compiono il loro massimo sforzo di riadattamento. Una volta qui, mai
come prima, io sudo.
Risudo.
Triliardi di tonnellate di
sudore colano attorno a me, e riempiono lagni, laghi, oceani.
Ma non raramente capita
che qualcuno anziché scuoterla come appena detto, o guardare attentamente nella
bottiglia, e scoprirne l'abitante ora beato tra i flutti che lo inondano, ora
agitato e nervoso per la difficile arrampicata lungo le pareti ormai disseccate,
la riempie di liquidi infami e di seconda mano, dai quali vengo inondato,
sommerso, irriguardosamente lavato, sciacquato, fino a stare male per i tanti
che sono costretto a berne pur di non affogarvi. Oppure, può capitarmi di
essere io stesso bevuto da qualche idiota che non s'accorge che nel suo stupido
trangugiare qualche cosa di solido gli sia passato per la gola e gli sia
arrivato nello stomaco. Difficilmente si può capire che cosa significhi
sversarsi nello stomaco di qualcuno. La mia vita è stato un andirivieni tra
stomaci e contenitori vitrei, ganasce e gabbie colme di cartoline. Ma è ormai
la mia specialità, quella di dibattermi tanto negli stomaci da costringere il
disattento bevitore a vomitarmi quanto prima. Sono curvo come una virgola,
inguardabile, certamente quantomeno indigeribile. Basta che mi si guardi, anche
solo per un attimo, e sgorgano vomiti a fiumi. Dall'altra parte, io sudo, sudo e
mentre ciò accade la mia pelle si apre incessantemente sotto la spinta
impietosa, dall'interno verso l'esterno, di qualche numero cosmogonico di
granuli di sale.
E' da un po' che qualcuno
si aggira per casa con la speranza di trovarmi. Non ci riuscirà mai. A chi
verrebbe in mente di trovarmi qua, qua dove sono ancora adesso? Sono rientrato
da una breve passeggiata, e mentre tornavo, schiacciato, compresso, sminuito,
abbassato, annullato da sguardi e colori, sono diventato sempre più piccolo,
curvo, minuscolo, microscopico, fino a iniziare a correre, per paura di essere
schiacciato da suole inviperite, da ruote veloci, da occhi possenti. Sono
rimpicciolito sempre più, fino a temere di sparire, fino a godere di questa
possibilità, ma correndo come una pulce, cercando la via di casa, percependone
finalmente l'odore, e imboccando i gradini, il pianerottolo, e trovandomi alla
fine davanti alla porta. Senza fermarmi, sono entrato, passando sotto la
fessura, tra essa e il pavimento. Spaventato da questo mio stesso correre, da
questo fuggire troppo grande per la mia ragione ormai anch'essa troppo piccola,
non ho trovato di meglio che nascondermi, con un rapidissimo tuffo, nella gabbia
per uccelli in cui ho raccolto tutte le cartoline ricevute da quando esisto ad
oggi, e sono scivolato su mari e monti, su donne esotiche e frutti scoppianti,
seni prorompenti e scogli irraggiungibili. Ho infilato il mio piccolo corpo
sognante tra le enormi cartoline. Ho cartoline provenienti da ogni parte del
mondo. Per la verità non sono spedite a me, ma mi piace pensare che sia così.
Nessuno mi scrive, e non posso fare altro che collezionare cartoline altrui. Di
tanto in tanto, così, sottraggo qualche cartolina dalle buche altrui, e la
porto a casa, buttandola subito nella gabbia. In questa gabbia c'è tutto il
mondo. Americhe, Asia, Cina e Marocco, che talvolta con calma e loquela
comprensibile riesco a raccontare. E stavolta ho deciso proprio di sostare nel
deserto, nei pressi di una bellissima duna con tanto di oasi ombrosa.
Improvvisamente mi sono trovato dentro una frescura inusitata, e ho sentito il
canto di mille uccelli. Mi sono guardato attorno, e i miei occhi hanno potuto
sperimentare nuove sensazioni. Così le mie orecchie, e la mia lingua, che ha
assaggiato frutti mai assaggiati prima d'ora. Di sera, quando ha cominciato a
calare il sole, la prima, improvvisa morsa di freddo mi ha consigliato di
lasciare quel posto. D'un tratto mi sono accorto che gli uccelli avevano smesso
di cantare, e gli odori si erano ritirati dentro i fiori chiusi per proteggersi
dal gelo del deserto. Così, mi sono avviato verso quella che doveva essere
l'uscita, e ho camminato almeno per un'ora senza raggiungerla. Mi sono girato
attorno, e mi sono accorto che nulla più, del fantastico paesaggio che avevo
goduto fino a un paio di ore prima, restava. Il sole era completamente calato, e
la cosa cominciava a farsi preoccupante. Ho pensato bene di non perdere la
calma, e mi sono chiesto con quanti passi un uomo potesse uscire da una
cartolina postale. Al vuoto che è seguito a tale domanda, è seguito un moto di
disperazione che non auguro a nessuno. Mi sono messo a correre, e l'unico
cambiamento che c'è stato, dopo almeno tre quarti d'ora di corsa e chilometri e
chilometri di spazio percorso, è stato quello di affondare nella sabbia sempre
più, ma tanto da non riuscire ad alzare i piedi nemmeno per camminare. Il
freddo era micidiale, e ho capito che quella doveva essere la mia fine. Ho
sperato invano, per un paio d'ore, che qualcuno si accorgesse della mia assenza,
venisse a casa e mi cercasse nella gabbia per uccelli, dove ero rimasto
intrappolato. Ho ricordato qualche tratto della mia vita, e l'ho scritto su
qualche foglio che avevo in tasca: l'inchiostro si traduceva in ricordi
irriferiti prima d'ora, e mi rivelava me stesso, e le mie perdute orme, e il mio
domandare, e il mio padre ubriaco, e la mia zia innamorata del vecchio prete, e
il mio lavoro come scaricatore, e la mia povertà, e l'eredità della malandata
casa dei miei, e del mio vagabondare, e della mia madre morta e bianca di abiti
leggeri. Ho passato un quarto d'ora in attesa del benché minimo rumore per
gridare, farmi sentire, chiedere aiuto. Nulla. Ho provato a rialzarmi, e mi sono
rimesso a camminare nella direzione opposta a quella seguita fino a quel
momento, con la speranza di riuscire a tornare nell'oasi. Purtroppo la sabbia,
in cui affondavo, non mi ha consentito che di fare pochi passi. Gli avvoltoi
hanno cominciato a girarmi sulla testa, e a calarsi sempre più. Ho capito che
stavo per raggiungerli, e ho preso a fare scongiuri e boccacce per spaventarli.
Un certo minimo effetto l'ho dovuto conseguire, visto che, non abituati a tanta
ribellione da parte di un moribondo, hanno iniziato a scaricare merda spaurita
nella mia direzione. Gli escrementi cadevano violenti ai miei lati, o mi
colpivano, e ho dovuto iniziare a divincolarmene sempre più velocemente,
perché sempre più velocemente mi colpivano e sempre più numerosi. I versi
degli avvoltoi aumentavano a mano a mano che il tempo passava, e il fatto strano
era che il sole non si decideva a sorgere. Dal mio canto, ero così preso dallo
schifo di tanta merda che, troppo impegnato dallo scansarla, iniziai a
dimenticare di dover morire. Questo, come in una reazione a catena, innervosiva
ulteriormente gli uccellacci, che si davano da fare fino al punto che quella che
fino a poco prima, attorno a me, non era altro che una piccola macchia, iniziava
a prendere la conformazione di un dossetto, poi di una piccola duna, poi di una
collinetta, e poi di una vera e propria montagna. Poco per volta, così, mi sono
trovato a un livello sempre più alto rispetto a quello del suolo, fino a
emergere, maestosamente elevato verso l'alto. Le nuvole mi sono state sempre
più vicine, e la montagna è cresciuta fino a farmele superare, fino a farmele
guardare dall'alto, ferme, grigie, finalmente stupende. Ho cominciato a ridere a
più non posso, a ridere di tutta quella paura, di tutto quel freddo, di tutti
quegli avvoltoi, e di tanta sabbia, e tanto sudare, e il sole alto. Anche se per
la verità, devo dire, mi restava una certa stanchezza, e, a ben guardare, stavo
ridendo col culo seduto su una montagna di merda. Sono rimasto per un po' con le
mani in tasca, e a un certo punto mi sono accorto di avere ancora lì il pacco
ricevuto qualche tempo prima. L'ho aperto. Conteneva un piccolo paracadute.
Avrei potuto usarlo, e lanciarmi dalla montagna verso il basso, sperando,
magari, di atterrare fuori della gabbia. Ma ormai non speravo più di
riacquistare le mie normali dimensioni. Tutto, fuori, assumeva un aspetto sempre
più remoto, abnorme, e dunque poco visibile. Con un calcio feci rotolare il
paracadute giù per la montagna. Se un giorno l'avessi voluto, sarei sceso a
valle a cercarlo. Ho cominciato a sudare, proprio da questo preciso momento. Mi
sono guardato. I miei pantaloni sono tenuti in vita da un laccio stretto. Ho
strane improvvise visioni. La mia lingua si attorciglia. Uncini penzolano ai
miei lati insanguinati. Mi sono accorto del mio sudore salato, proprio e
soltanto adesso.