Massimo D'Anolfi

I RINTOCCHI DELLA CAMPANA

 

Ding dong faceva la campana, dooooong doooong si rallentò la campana dingdong dindon dido dd prese a non fare la campana...

Ecco, ora che sono morto, è tornata, ma cosa starà pensando, anche ora non la capisco, vorrei chiederle perché è venuta, ma è una domanda inutile, ho fatto di tutto per averla qui, forse tra poco si avvicinerà e mi guarderà negli occhi, forse mi accarezzerà la fronte, forse piangerà, no, non deve piangere... Questo andava pensando Pietro, mentre tutto il paese si era dato appuntamento in chiesa, in una calda giornata di agosto per l’ennesimo funerale di un anno che, oramai non potevano esserci più dubbi, portava con sé la dolce maledizione della morte. Il paese, già in anni più felici, non si poteva sicuramente annoverare tra le grazie del Signore, anzi a ben vedere sembrava proprio che Dio - e lì in paese non vi erano perplessità sulla sua esistenza - avesse sbagliato, sì in paese, intimamente, vecchi e bambini credevano ad un Dio imperfetto.

Pietro Spina, 51 anni a marzo, se ne stava con gli occhi sgranati verso il cielo, le labbra erano ben serrate ma l’espressione tradiva un sorriso, come di chi per un attimo se la ride di tutte ste’ cose della vita. Il funerale era il suo e lui sembrava contento di esserci, per il resto il paese era arroccato su di una montagna dalle linee dolci, simili ad una grande mammella. Da quella che era stata la casa di Pietro partiva un sentiero che si perdeva tra gli alberi solitari fino ad arrivare ad una lingua di ghiaccio che nonostante la calura estiva non smetteva mai di ricordarci che lì, da quelle parti, era il freddo il padre padrone.

Il paese non contava più di cinquecento corpi che più o meno si riproducevano e si spegnevano con una certa regolarità, ma durante questa infausta annata più della metà dei cristiani si era trasferita al camposanto e gli spermatozoi non sembravano voler cambiare il ritmo della procreazione che oramai procedeva immutato dalla notte dei tempi.

Il funerale di Pietro Spina, per i vecchi e le vecchie del paese, giungeva al momento opportuno. Nei giorni che avevano preceduto la morte di questo violento venditore di patate che nella vita aveva inseguito l’amore dopo averlo perso durante un tressette pomeridiano, il paese si guardava venire meno senza abbozzare la minima reazione, ma quanto meno da tanta vecchiaia riunita tra la piazza ed il bar di Tonino Lu Sciangato ci si sarebbe aspettati che durante l’afa pomeridiana qualcuno piuttosto che lasciarsi morire si fosse messo a correre urlando: ho trovato la soluzione correte correte vi aspetto in chiesa no che dico ci vediamo qui in piazza all’ora del tramonto correte paesani e vi spiegherò come possiamo riportare in vita i morti nel nostro tempo libero...

Il caldo era parecchio ed il paese era anziano. Poi si sa, chi di speranza vive disperato muore. Quindi anche qui a Soave l’età dei suoi abitanti non portava saggezza ai paesani ma solo noia e decadenza. Nessuno dei suoi abitanti era in grado di trovare una soluzione a quello che oramai sempre e con maggior chiarezza sembrava una partita giocata dal cielo e gli abitanti di Soave ne erano le impolverate pedine.

Le sfumature delle umane vicende da queste parti non erano cosa nota. Il tempo scorreva in attesa dell’unico giorno dell’anno degno di essere vissuto, l’11 novembre festa del Santo patrono, nonché fiera del bestiame: che giorno meraviglioso, la polvere della noia si disperdeva nell’aria come polline in primavera, la puzza del bestiame invadeva le viscere, i sensi si svegliavano, gli stranieri e gli animali arrivavano dagli angoli più lontani del globo, i cinghiali dal vicino Lazio, le bufale dalla Campania, i cavalli dalla Romania, con tanto di zingari al seguito; e negli anni d’oro, raccontavano i vecchi, arrivavano anche i tori dalla Spagna, i maialini dall’India, e le mucche dall’Argentina.

In verità però qui in paese oltre all’incantevole 11 di novembre, non si disprezzavano gli altri momenti di ritrovo comunitario o meglio matrimoni e funerali. Durante ogni funerale, si gioiva segretamente della morte altrui. Nella morte degli altri c’era sempre qualcosa di stonato, e così, passavano giorni interi in cui si tessevano le infinite possibilità di salvezza che il morto non aveva saputo sfruttare, sì, perché qui a Soave mai nessuno era morto di malattia. Qui c’erano due tipi di morte ricorrenti: una, la più classica, è quella che normalmente il giornale locale titolava ENNESIMA DISGRAZIA A SOAVE: CROLLA IL TETTO DELLA CAMERA NUZIALE SOPRA DUE NOVELLI SPOSI; l’altra, più rara, aveva un po’ a che fare con la vecchiaia. Una fine del genere era toccata a Pasquale Spina, il nonno di Pietro, che a circa 111 anni durante la fiera del bestiame cadde da cavallo, e i riflessi assopiti lo spinsero tra le braccia della morte.

Poi durante i funerali si aprivano le danze dei ricordi dove ovviamente il paese intero ballava fino alle soglie dell’indecenza, ed ogni cristiano grondava di fattarelli sconosciuti ai più, e nessuno si faceva corteggiare più del dovuto, tutti volevano prender parte a quella sorta di valzer della memoria, ognuno aveva una piccola vendetta da consumare dietro il morto, e questa sorta di gioco della maldicenza, distraeva i cristiani più del tressette pomeridiano e non meno delle grandi abbuffate matrimoniali, a base di pecorino, prosciutto nostrano, salsicce di fegato di maiale, timballo, pasta alla chitarra, cacioeovo, agnello, arrosticini di castrato, stock a bagnomaria, baccalà e patate, farfalloni indiavolati, melanzane imbottite, salsicce al sugo, pollastro con i peperoni, tacchino e gallinaccio bollito ecc. ecc.

 

Improvvisamente il caldo aveva invaso le viscere, e ci si ricordava della vita solo grazie al vento di garbino che portava con sé presagi di morte, le vecchie avevano appena finito di lavare il cadavere di Zi’ Savina lO7 anni a giugno. In casa c'erano la sorella della morta Zi’ Concetta la figlia Maria la cognata Pasqualina e la piccola Donata 7 anni a gennaio. Gli uomini erano tutti fuori la porta di casa. Zi’ Savina era nata a Soave ma la sua vita e la sua morte le aveva vissute in un paese molto più a Sud dove non si moriva di soli accidenti ma anche di malattia o semplicemente di vecchiaia. Zi’ Savina spirò a causa del debole cuore, in vita faceva la magara, era conosciuta in tutta la regione e non solo, da tutti era più che rispettata o meglio così si diceva di lei. Pare che da giovane avesse fatto impazzire prima i tedeschi poi gli americani ed infine i reduci dal fronte. Un uomo stabile, Lei, non l'aveva mai voluto: non si stancava mai di ripeterlo alle sue clienti che il più delle volte le chiedevano un aiuto per facilitare l’unione a nozze con l'amato di turno, poi c'era chi voleva i figli e non riusciva ad averli - questa era la sua specialità - e nel giro di sette settimane dalla richiesta Zi’ Savina rendeva visibili le sue buone azioni e le novelle madri da quel momento all'eternità non avrebbero più finito di venerarla e di donarle uova galline e pollaio ma Zi’ Savina non era avida di denaro e spendeva tutto ciò che conosceva. Si potevano dire ancora molte cose sul suo conto, ma le donne erano impegnate a sistemare il corpicino della maga nella bara e poi la veglia doveva ancora iniziare, e di fiato ora se ne doveva risparmiare. La piccola Donata non si era allontanata dalla defunta neanche un attimo nonostante più di una volta le vecchie zie avessero tentato di mandarla via. Più in là nel tempo ricordando quel giorno Donata disse: una forza misteriosa mi tratteneva le braccia, erano come ingessate ai fianchi e un odore che non ho mai più sentito in vita mia correva dalle narici ai piedi, il sangue mi sembrava che scorresse velocissimo ed il cervello correva forte, era come un tuffo nel vuoto, non ricordo se respiravo o mi muovevo, ricordo però che non riuscivo a distogliere lo sguardo da quella vecchina che sapevo essere mia zia, ma quella era la prima volta che la vedevo.

 

Di nero anche vestita è sempre bella. Di acqua sotto i ponti ne è scivolata via, da quando questa sgualdrina mi ha lasciato. Maledetta bara non riesco a vederti come si deve. Più vicina, più vicina fai, prego. Di casa i vicini. Il brodo e più di cinque brocche di caffè, serviti per l’occasione. Iniziata la veglia, dormivano i bambini, rincorrevano le preghiere le vecchie, della notte il silenzio. In un angolo, seduta, era Donata. Era arrivata da quando nessuno la vedeva, la parola non le s’era rivolta, lo sguardo di sguiscio. Gli Ave accarezzavano le palpebre al ritmo sostenuto di Mater Dolorosa, Maria era stata di Peppe come la luna della notte. Una fede insomma! Ma intanto si vegliava e la notte dal tempo si diede fuggiasca.

 

Questo è il tempo presente, un paese non ancora addormentato, un morto, una veglia, e l’arrivo in paese di una donna – Donata - che altro non è che il rimorso collettivo.

La foschia estiva qui non era prevista, ma in questa notte d’agosto dalla piazza del paese la casa non era visibile. Questa per Pietro sarebbe stata una vera tragedia, se fosse stato ancora in vita. Aveva scelto quel pezzo di terra dopo un’accurata analisi del posto più visibile dalla piazza ed ora la foschia nascondeva tutto quel ben di Dio. Certo Pietro non avrebbe sicuramente sopportato questo ulteriore affronto del Signore, lui era uno che voleva vederci chiaro, aveva lavorato una vita per costruire quella casa e mostrarla al paese. Era una delle sue ossessioni o forse uno dei suoi desideri essere il bersaglio preferito della loro invidia. Pietro Spina 51 anni a marzo così aveva preso a dire da un po’ di tempo. Nella vita, diceva, ho un unico rimpianto ma ora è meglio non parlarne, e tutta la sua durezza improvvisamente si scioglieva come un pugno di neve al sole e prima che le lacrime gli bagnassero il viso segnato dalla solitudine del camionista, riprendeva col dire quanto nella vita la cosa che contava era vederci chiaro, e se si trovava in piazza, ti indicava la sua casa, quanti sacrifici aveva fatto per metterla su con tanto di cucina in legno di ciliegio, bagno in marmo, e una camera da letto da re è tutta opera mia, diceva. Ma la casa di Pietro, come tutte le case del paese, era ancora del colore del cemento. Qui per qualche strana magia non si arrivava mai a verniciare la facciata esterna delle case, persino il municipio era grigio cemento. Qualcuno raccontava che anni addietro il genero di Tonino, quello del bar Lu sciangato, avesse verniciato la sua casa ma dopo due settimane la vernice si separava dal muro come il cielo dalla terra. Dopo aver interrogato la magara del paese si era giunti alla conclusione che l’invidia era troppo forte e prima di verniciarla ancora, molta acqua sotto quei ponti avrebbe dovuto scorrere, da allora nessuno più si azzardò a provarci. Pietro Spina però più di una volta, dicevano in paese, guardando la sua casa dalla piazza non aveva esitato nel dire: e pure prima che muoio ti devo verniciare. Gialla ti faccio, sì gialla contro l’invidia e le persiane verdi come la speranza.

Pietro è morto, con la casa grigia e le persiane marroni, ma lui sicuramente un talento dentro di sé in vita l’aveva scovato, fin da piccolo la sua personalità era inquieta e turbolenta, non disdegnava le botte e aveva conosciuto la galera, aveva disprezzato il padre e schivato le seccature che certi tipi di rapporti umani inevitabilmente si portano dietro. In quest’arte, fino a quel tremendo pomeriggio in cui perse per la prima volta consecutivamente due partite una a tressette a perdere e l’altra a scopa, si sentiva invulnerabile ma Pietro non era debole solo di tallone e quindi la disfatta non tardò molto prima di presentarsi. Da quel pomeriggio capì che la sua vita prendeva una brutta piega, ma come un Edipo di quarta mano, non poté fare a meno di andare incontro al suo destino, quel pomeriggio capì anche la sua natura di perdente, ma con la grazia che è solo degli stolti, da quell’impolverato attimo del passato centimetro dopo centimetro iniziò a costruire la sua rovina …

Un giorno la madre di Pietro giocò i numeri e accumulò un gruzzoletto tale che tutta la famiglia per anni si portò addosso il tanfo stantio del denaro. I bigliettoni avevano invaso la casa, e come candidi lenzuoli appena stirati, erano custoditi uno sopra l’altro. Tutta la famiglia dormiva sonni tranquilli e non esitava nel ringalluzzire la propria vanità. Ma dopo il sogno Pietro decise di riconciliarsi con il padre, così comprò un camion nuovo e di lì a poco prese anch’egli a vendere patate, intanto spendeva più di quanto conosceva e a forza di spendere in breve divenne un buon partito per buona parte delle donne del paese. Così Donata, spinta, ma non più di tanto dai genitori, si combinò a nozze con Pietro, mentre il resto del paese aveva preso a ballare il rock’n roll.

Donata di famiglia e di suo non aveva dimestichezza con il denaro quindi per ora aspirava al pane quotidiano come il caso dettava. Di bianco vestita la gente ancora l’invidia. La cerimonia filò liscia come l’olio, e senza magie alla fine del tempo necessario arrivò la prima delle quattro femmine.

Dal padre ben custodita fino al giorno del matrimonio. Scoperte spiacevoli niente di niente. La prima notte di nozze colorò le bianche lenzuola di lino del giusto colore della circostanza. Pietro sospirò soddisfatto: Questa è la morte sua! Rosso su bianco.

La soddisfazione invase anche Lina la madre di Pietro, a lei toccò fare il bucato nuziale, e fu così che toccò con mano la verginità della nuora, ma Lina aveva altri motivi di felicità, con l’arrivo della sposa Donata, le domestiche fatiche si erano diluite e la compagnia di quel nuovo sentimento la restituì alla vita, poi di lì a poco avrebbe riscoperto il piacere della maternità, senza il facchinaggio della pancia cresciuta. Senza pesi da trasportare a spasso nel tempo, grazie alla nuora, si ritrovava la femmina che non aveva mai sfornato. Padre Moretti, il parroco, suonò le campane dell’occasione e celebrò il rito che permise l’accoppiamento. Pietro prese a viaggiare con il camion, la rotta era quotidiana e nel tempo immutabile, alle cinque rientrava alla base, al bar avevano accusato il colpo, morto il papa non se ne fece un altro.

E’ nata la bambina, come la chiamiamo come non la chiamiamo la chiamiamo la chiamiamo Maddalena no la chiamiamo Maria no Maria no semmai Teresa no non se ne parla Maddalena Teresa Maria la chiamiamo Fortunata. E così sia. Fortunata ciuccia latte e dorme.

 

Cioccolata era uno zingaro, il suo nome era Carmine Ciarelli, abitava tra Pescara e una contrada vicino Soave dove allevava i cavalli, per le corse clandestine della domenica, con sua padre sua madre e tutta la banda di zii fratelli e sorelle viveva da queste parti da una decina di anni. Il nomadismo oramai era solo una molecola che scorreva nel suo sangue, la strada che percorreva era breve e identica a se stessa da anni, i suoi cavalli andavano forte e lui del denaro aveva il talento, giocava a zichinetta e vinceva, scommetteva sui cavalli e vinceva, più vinceva e più spendeva, non risparmiava un solo centesimo amava vestirsi bene ed era vanitoso come un pavone, i galli da combattimento pure gli rendevano bene, gestiva una piccola banda di zingari, che per ora si dedicava agli appartamenti e a rari furti di gola nelle campagne, galline, olio, vino e qualche maiale, nei night della provincia era rispettato per quello che era uno Zingaro galante e spendaccione che quando era di vena prima distruggeva il locale e poi lo rifaceva di nuovo, nelle serate storte si occupava solo della distruzione, ma quella piccola zona era sua, era il frutto di un lavoro meticoloso e rigoroso, nella vita si preoccupava di fare soldi e spenderli il più in fretta possibile per farne altri. Era convinto che mantenere soldi in tasca portasse più sfiga di una bara senza morto, per una donna usata si vendeva pure la madre per ricomprarla il giorno dopo, era il più vigliacco dei vigliacchi, ma i guardiaspalle non gli mancavano mai, poi da un po’ d’anni girava con il ferro nelle brache ma per ora polvere da sparo non ne aveva sprecata. Come quelli della sua razza, divideva il mondo in due: I PIGRI, cioè loro gli zingari, e I CAGGI gli altri. A forza di frequentare night e bische tra i caggi c’era anche qualche amico ma non si fidava fino in fondo di quella gente che comunque dopo un po’ lo annoiava, non capiva i cavalli, viveva nella legge e poi era per i suoi gusti troppo moscia, aveva 25 anni, di galera ne aveva fatta poca e per ora non aveva intenzione di tornarci, dopo aver ballato con la caggia al matrimonio si era fissato che quella doveva essere la sua donna e per un po’ si distrasse pure dai cavalli. La vita gli piaceva e la sbatteva in faccia a chi gli si opponeva.

 

La mattina dopo mi svegliai abbastanza presto, quella mattina Pietro non era andato a lavorare, di solito si svegliava alle cinque, erano le otto e ancora dormiva, andai in cucina e trovai mia suocera alle prese con una montagna di fagioli, del mal di stomaco neanche l’ombra.

Fuori c’era un piccolo palchetto per l’orchestra e una quarantina di sedie facevano da perimetro alla terra da ballo, da quando l’orchestra aveva preso a suonare una poltiglia di malinconia si era impressa sulla vedova allegra, sudava freddo. Sedute in un angolo, mi teneva sulle sue gambe, come qualcosa di prezioso, sembrava proteggermi ma in realtà si era abbarbicata al mio corpo come una scimmia

– Che succede a Ma’?

non mi rispondeva, si lamentava sbiascicando parole a mo’ di rosario

a Ma’ ti sei intristita, a ma’ ti capisco è la musica, ti ricorda a papà ti capisco a ma’ ma non ti preoccupare non piangere tanto quello sta’ meglio di noi

– Ma finiscila sei proprio na’ sempliciotta quale papà e papà mi duole la panza i peperoni mi salgono in canna il venticello mi ha fregato lo stomaco e invece guarda quell’imbranata di mia sorella tiene quanto a me mangia quanto una scrofa e mo’ da vecchia si è imparata pure a balla’.

Alzai lo sguardo per vedere l’imbranata e così la mia vita si è capovolta. Era tra due uomini con una camicia gialla aperta sul petto, scuro, moro, le scarpe bianche col nero, l’oro gli scivolava sul petto dai polsi, mia suocera continuava a ripetermi l’hai vista l’hai vista guarda come balla, non capivo più niente non vedevo più niente l’imbranata ai miei occhi non esisteva, c’era soltanto quello Zingaro che parlottava con altri due cristiani.

– Chi è quella?

– Quella chi?

– Quella sulle gambe della vecchia?

- No scordatela, lascia perdere, non ti pensa proprio.

– Vuoi scommettere che con me ci balla?

Ma non dire scemenze, è sposata è più santa di una santa non c’è la pensa e tiene pure un marito incazzuso, si chiama Pietro, Pietro Spina il camionista.

– Vuoi scommettere sì o no?

– Senti Ciucculà non fare sempre lo zingaro, vabbò che ci sei, però ti ho portato qua mo’ fammi stare quieto, la sposa mi torna parente quindi statti tranquillo e pensane un’altra.

– Pare che ho sparato a una, sei proprio un caggio.

Lo vedi come balla, sono 5 lisci, e l’altro due di coppe del marito fa’ i canestri sulla sedia, e io soffro, riprese mia suocera.

Me lo guardavo e riguardavo mentre nelle cervella tornava la vocina di mia suocera, balla balla balla sennò si offendono balla balla.

– Permette un ballo signorina?

Permette non permette, gli duole la panza, l’imbranata della sorella, sette di denari e due scope, 5 a 3 per noi. La suocera, Fortunata, mio marito, la zia il marito della zia, gli sposi, la luna le stelle il venticello e tante altre cose, ma volai tra le sue braccia e balla balla balla sennò fa che mi si offende ho ballato liscio tango valzer, le campane facevano din dong a mezzanotte e Cenerentola se ne fotteva e ballava. L’orchestra suonava e tutto il resto mi sembrava niente non capivo niente di niente l’oro gli colava sul petto le scarpe nere col bianco la camicia gialla, balla che ti balla l’orchestra smise di suonare.

Mi disse: posso rivederti?

Risposi quasi offesa, ma che sei scemo, guarda che io sono sposata e tengo pure una figlia, scordatelo.

Volevo quell’uomo, la vagina mi faceva esplodere il cervello, dei ragnetti mi strisciavano in corpo, una ragnatela melliflua mi avvolgeva l’utero, il seno e il sedere. Camminavo su aghi di pino, in una pineta dove i sentieri si ritorcevano in se stessi, lo cercavo nel vuoto mare mentre spine di pesce si erano incollate sulla mia lingua, la saliva scavava solchi di salvezza, le spine erano perle, ma non sapevo che farmene, si erano incollate su quel pezzo di carne delicato come il sedere di un neonato, strappai le perle con tutta la lingua, guardai in faccia mia suocera che oramai mi sembrava sempre più mostruosa, volevo attaccarmi al suo ventre e staccarglielo a morsi, era lei la colpevole, da quel ventre era uscito quell’uomo che avevo sposato e che ora sicuramente odiavo.

Cinque minuti e ti passa il mal di testa, nelle fognature devono schiattare. Questo si meritano, questo mondo è pieno di pericoli, l’essere umano è cattivo, invidioso, e poi c’è della gente che porta proprio male, non la si può, manco guardare, tu sei giovane, stai attenta, proteggiti, sennò finisci male. Parlò con la sicurezza di un sacrestano, non avevo sentito una sola parola, guardavo le sue mani che avevano ripreso a sbucciare i fagioli. I muri della cucina si sgretolavano al mio sguardo l’intonaco e la vernice rovinavano sul pavimento, la vecchia spariva nel polverone dei miei pensieri. Continuò a parlare, ultimamente era ispirata, la cattiveria aumentava e la teneva in vita. Pietro dormiva. La casa nuova era pronta da più di due mesi, Pietro l’aveva costruita affianco a questa vecchia, le poltrone si difendevano dalla polvere con colorate coperte di lana, tutta la casa era imbavagliata, a discapito del tempo. Continuavamo a vivere nella vecchia casa, e a parlare di quella nuova, era come il cinema, uno schermo davanti, dove proiettare i desideri, ognuno di noi aveva instaurato un rapporto con quella casa, simbolo di modernità e di ricchezza, questa era la nostra grandezza, la casa più. Iniziai a sbucciare i fagioli, mi guardò soddisfatta.

– A Ma’

– Sì

– A Ma’

– Sì

– No niente

Si alzò, accese la radio, uscì senza dire una parola. Continuai con i fagioli. Da sola mi sentivo più tranquilla, forse l’aveva capito, in fondo quella donna mi voleva bene.

Il muro spandeva un sentore di cenere e di legno, un alito rosa si era calato su di lei. La credenza, il tavolo, le sedie, i bicchieri, tutto in quella cucina aveva l’odore della cenere. Una sofferenza, che non era ancora la sofferenza amorosa, gli rodeva il cuore. Pietro dormiva.

Lasciai i fagioli, tornai in bagno. Ero sempre la stessa, niente di nuovo, ma non mi fidavo dello specchio, e ancor meno di me stessa. Da quel giorno, iniziai a parlare da sola. Ero due, tre, quattro, ero cinque, sette, ventitre, ero diventata una maschera delle situazioni, bastava chiudersi in bagno ed avere un paio d’ore di tempo, così presi a giocare. Una era la classica, quella che per anni avevo creduto di essere, l’altra era l’adultera, quella che espiava una colpa che non aveva commesso, la terza faceva l’uncinetto, poi la cittadina annoiata, che leggeva libri, giornali, riviste insegne luminose, elenchi telefonici, e targhe della macchina, memorizzava tutto per salvarsi dalla morte.

Il bagno si riempì di possibilità, e alla fine non mancavano gli applausi.

 

 

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Diego Lazzarich