Massimo
D'Anolfi
I
RINTOCCHI DELLA CAMPANA
Ding dong faceva la
campana, dooooong doooong si rallentò la campana dingdong dindon dido dd prese
a non fare la campana...
Ecco, ora che sono
morto, è tornata, ma cosa starà pensando, anche ora non la capisco, vorrei
chiederle perché è venuta, ma è una domanda inutile, ho fatto di tutto per
averla qui, forse tra poco si avvicinerà e mi guarderà negli occhi, forse mi
accarezzerà la fronte, forse piangerà, no, non deve piangere... Questo andava
pensando Pietro, mentre tutto il paese si era dato appuntamento in chiesa, in
una calda giornata di agosto per l’ennesimo funerale di un anno che, oramai
non potevano esserci più dubbi, portava con sé la dolce maledizione della
morte. Il paese, già in anni più felici, non si poteva sicuramente annoverare
tra le grazie del Signore, anzi a ben vedere sembrava proprio che Dio - e lì in
paese non vi erano perplessità sulla sua esistenza - avesse sbagliato, sì in
paese, intimamente, vecchi e bambini credevano ad un Dio imperfetto.
Pietro Spina, 51 anni a
marzo, se ne stava con gli occhi sgranati verso il cielo, le labbra erano ben
serrate ma l’espressione tradiva un sorriso, come di chi per un attimo se la
ride di tutte ste’ cose della vita. Il funerale era il suo e lui sembrava
contento di esserci, per il resto il paese era arroccato su di una montagna
dalle linee dolci, simili ad una grande mammella. Da quella che era stata la
casa di Pietro partiva un sentiero che si perdeva tra gli alberi solitari fino
ad arrivare ad una lingua di ghiaccio che nonostante la calura estiva non
smetteva mai di ricordarci che lì, da quelle parti, era il freddo il padre
padrone.
Il paese non contava
più di cinquecento corpi che più o meno si riproducevano e si spegnevano con
una certa regolarità, ma durante questa infausta annata più della metà dei
cristiani si era trasferita al camposanto e gli spermatozoi non sembravano voler
cambiare il ritmo della procreazione che oramai procedeva immutato dalla notte
dei tempi.
Il funerale di Pietro
Spina, per i vecchi e le vecchie del paese, giungeva al momento opportuno. Nei
giorni che avevano preceduto la morte di questo violento venditore di patate che
nella vita aveva inseguito l’amore dopo averlo perso durante un tressette
pomeridiano, il paese si guardava venire meno senza abbozzare la minima
reazione, ma quanto meno da tanta vecchiaia riunita tra la piazza ed il bar di
Tonino Lu Sciangato ci si sarebbe aspettati che durante l’afa pomeridiana
qualcuno piuttosto che lasciarsi morire si fosse messo a correre urlando: ho
trovato la soluzione correte correte vi aspetto in chiesa no che dico ci vediamo
qui in piazza all’ora del tramonto correte paesani e vi spiegherò come
possiamo riportare in vita i morti nel nostro tempo libero...
Il caldo era parecchio
ed il paese era anziano. Poi si sa, chi di speranza vive disperato muore. Quindi
anche qui a Soave l’età dei suoi abitanti non portava saggezza ai paesani ma
solo noia e decadenza. Nessuno dei suoi abitanti era in grado di trovare una
soluzione a quello che oramai sempre e con maggior chiarezza sembrava una
partita giocata dal cielo e gli abitanti di Soave ne erano le impolverate
pedine.
Le sfumature delle
umane vicende da queste parti non erano cosa nota. Il tempo scorreva in attesa
dell’unico giorno dell’anno degno di essere vissuto, l’11 novembre festa
del Santo patrono, nonché fiera del bestiame: che giorno meraviglioso, la
polvere della noia si disperdeva nell’aria come polline in primavera, la puzza
del bestiame invadeva le viscere, i sensi si svegliavano, gli stranieri e gli
animali arrivavano dagli angoli più lontani del globo, i cinghiali dal vicino
Lazio, le bufale dalla Campania, i cavalli dalla Romania, con tanto di zingari
al seguito; e negli anni d’oro, raccontavano i vecchi, arrivavano anche i tori
dalla Spagna, i maialini dall’India, e le mucche dall’Argentina.
In verità però qui in
paese oltre all’incantevole 11 di novembre, non si disprezzavano gli altri
momenti di ritrovo comunitario o meglio matrimoni e funerali. Durante ogni
funerale, si gioiva segretamente della morte altrui. Nella morte degli altri c’era
sempre qualcosa di stonato, e così, passavano giorni interi in cui si tessevano
le infinite possibilità di salvezza che il morto non aveva saputo sfruttare,
sì, perché qui a Soave mai nessuno era morto di malattia. Qui c’erano due
tipi di morte ricorrenti: una, la più classica, è quella che normalmente il
giornale locale titolava ENNESIMA DISGRAZIA A SOAVE: CROLLA IL TETTO DELLA
CAMERA NUZIALE SOPRA DUE NOVELLI SPOSI; l’altra, più rara, aveva un po’ a
che fare con la vecchiaia. Una fine del genere era toccata a Pasquale Spina, il
nonno di Pietro, che a circa 111 anni durante la fiera del bestiame cadde da
cavallo, e i riflessi assopiti lo spinsero tra le braccia della morte.
Poi durante i funerali
si aprivano le danze dei ricordi dove ovviamente il paese intero ballava fino
alle soglie dell’indecenza, ed ogni cristiano grondava di fattarelli
sconosciuti ai più, e nessuno si faceva corteggiare più del dovuto, tutti
volevano prender parte a quella sorta di valzer della memoria, ognuno aveva una
piccola vendetta da consumare dietro il morto, e questa sorta di gioco della
maldicenza, distraeva i cristiani più del tressette pomeridiano e non meno
delle grandi abbuffate matrimoniali, a base di pecorino, prosciutto nostrano,
salsicce di fegato di maiale, timballo, pasta alla chitarra, cacioeovo, agnello,
arrosticini di castrato, stock a bagnomaria, baccalà e patate, farfalloni
indiavolati, melanzane imbottite, salsicce al sugo, pollastro con i peperoni,
tacchino e gallinaccio bollito ecc. ecc.
Improvvisamente il
caldo aveva invaso le viscere, e ci si ricordava della vita solo grazie al vento
di garbino che portava con sé presagi di morte, le vecchie avevano appena
finito di lavare il cadavere di Zi’ Savina lO7 anni a giugno. In casa c'erano
la sorella della morta Zi’ Concetta la figlia Maria la cognata Pasqualina e la
piccola Donata 7 anni a gennaio. Gli uomini erano tutti fuori la porta di casa.
Zi’ Savina era nata a Soave ma la sua vita e la sua morte le aveva vissute in
un paese molto più a Sud dove non si moriva di soli accidenti ma anche di
malattia o semplicemente di vecchiaia. Zi’ Savina spirò a causa del debole
cuore, in vita faceva la magara, era conosciuta in tutta la regione e non solo,
da tutti era più che rispettata o meglio così si diceva di lei. Pare che da
giovane avesse fatto impazzire prima i tedeschi poi gli americani ed infine i
reduci dal fronte. Un uomo stabile, Lei, non l'aveva mai voluto: non si stancava
mai di ripeterlo alle sue clienti che il più delle volte le chiedevano un aiuto
per facilitare l’unione a nozze con l'amato di turno, poi c'era chi voleva i
figli e non riusciva ad averli - questa era la sua specialità - e nel giro di
sette settimane dalla richiesta Zi’ Savina rendeva visibili le sue buone
azioni e le novelle madri da quel momento all'eternità non avrebbero più
finito di venerarla e di donarle uova galline e pollaio ma Zi’ Savina non era
avida di denaro e spendeva tutto ciò che conosceva. Si potevano dire ancora
molte cose sul suo conto, ma le donne erano impegnate a sistemare il corpicino
della maga nella bara e poi la veglia doveva ancora iniziare, e di fiato ora se
ne doveva risparmiare. La piccola Donata non si era allontanata dalla defunta
neanche un attimo nonostante più di una volta le vecchie zie avessero tentato
di mandarla via. Più in là nel tempo ricordando quel giorno Donata disse: una
forza misteriosa mi tratteneva le braccia, erano come ingessate ai fianchi e un
odore che non ho mai più sentito in vita mia correva dalle narici ai piedi, il
sangue mi sembrava che scorresse velocissimo ed il cervello correva forte, era
come un tuffo nel vuoto, non ricordo se respiravo o mi muovevo, ricordo però
che non riuscivo a distogliere lo sguardo da quella vecchina che sapevo essere
mia zia, ma quella era la prima volta che la vedevo.
Di nero anche vestita
è sempre bella. Di acqua sotto i ponti ne è scivolata via, da quando questa
sgualdrina mi ha lasciato. Maledetta bara non riesco a vederti come si deve.
Più vicina, più vicina fai, prego. Di casa i vicini. Il brodo e più di cinque
brocche di caffè, serviti per l’occasione. Iniziata la veglia, dormivano i
bambini, rincorrevano le preghiere le vecchie, della notte il silenzio. In un
angolo, seduta, era Donata. Era arrivata da quando nessuno la vedeva, la parola
non le s’era rivolta, lo sguardo di sguiscio. Gli Ave accarezzavano le
palpebre al ritmo sostenuto di Mater Dolorosa, Maria era stata di Peppe come la
luna della notte. Una fede insomma! Ma intanto si vegliava e la notte dal tempo
si diede fuggiasca.
Questo è il tempo
presente, un paese non ancora addormentato, un morto, una veglia, e l’arrivo
in paese di una donna – Donata - che altro non è che il rimorso collettivo.
La foschia estiva qui
non era prevista, ma in questa notte d’agosto dalla piazza del paese la casa
non era visibile. Questa per Pietro sarebbe stata una vera tragedia, se fosse
stato ancora in vita. Aveva scelto quel pezzo di terra dopo un’accurata
analisi del posto più visibile dalla piazza ed ora la foschia nascondeva tutto
quel ben di Dio. Certo Pietro non avrebbe sicuramente sopportato questo
ulteriore affronto del Signore, lui era uno che voleva vederci chiaro, aveva
lavorato una vita per costruire quella casa e mostrarla al paese. Era una delle
sue ossessioni o forse uno dei suoi desideri essere il bersaglio preferito della
loro invidia. Pietro Spina 51 anni a marzo così aveva preso a dire da un po’
di tempo. Nella vita, diceva, ho un unico rimpianto ma ora è meglio non
parlarne, e tutta la sua durezza improvvisamente si scioglieva come un pugno di
neve al sole e prima che le lacrime gli bagnassero il viso segnato dalla
solitudine del camionista, riprendeva col dire quanto nella vita la cosa che
contava era vederci chiaro, e se si trovava in piazza, ti indicava la sua casa,
quanti sacrifici aveva fatto per metterla su con tanto di cucina in legno di
ciliegio, bagno in marmo, e una camera da letto da re è tutta opera mia,
diceva. Ma la casa di Pietro, come tutte le case del paese, era ancora del
colore del cemento. Qui per qualche strana magia non si arrivava mai a
verniciare la facciata esterna delle case, persino il municipio era grigio
cemento. Qualcuno raccontava che anni addietro il genero di Tonino, quello del
bar Lu sciangato, avesse verniciato la sua casa ma dopo due settimane la vernice
si separava dal muro come il cielo dalla terra. Dopo aver interrogato la magara
del paese si era giunti alla conclusione che l’invidia era troppo forte e
prima di verniciarla ancora, molta acqua sotto quei ponti avrebbe dovuto
scorrere, da allora nessuno più si azzardò a provarci. Pietro Spina però più
di una volta, dicevano in paese, guardando la sua casa dalla piazza non aveva
esitato nel dire: e pure prima che muoio ti devo verniciare. Gialla ti faccio,
sì gialla contro l’invidia e le persiane verdi come la speranza.
Pietro è morto, con la
casa grigia e le persiane marroni, ma lui sicuramente un talento dentro di sé
in vita l’aveva scovato, fin da piccolo la sua personalità era inquieta e
turbolenta, non disdegnava le botte e aveva conosciuto la galera, aveva
disprezzato il padre e schivato le seccature che certi tipi di rapporti umani
inevitabilmente si portano dietro. In quest’arte, fino a quel tremendo
pomeriggio in cui perse per la prima volta consecutivamente due partite una a
tressette a perdere e l’altra a scopa, si sentiva invulnerabile ma Pietro non
era debole solo di tallone e quindi la disfatta non tardò molto prima di
presentarsi. Da quel pomeriggio capì che la sua vita prendeva una brutta piega,
ma come un Edipo di quarta mano, non poté fare a meno di andare incontro al suo
destino, quel pomeriggio capì anche la sua natura di perdente, ma con la grazia
che è solo degli stolti, da quell’impolverato attimo del passato centimetro
dopo centimetro iniziò a costruire la sua rovina …
Un giorno la madre di
Pietro giocò i numeri e accumulò un gruzzoletto tale che tutta la famiglia per
anni si portò addosso il tanfo stantio del denaro. I bigliettoni avevano invaso
la casa, e come candidi lenzuoli appena stirati, erano custoditi uno sopra l’altro.
Tutta la famiglia dormiva sonni tranquilli e non esitava nel ringalluzzire la
propria vanità. Ma dopo il sogno Pietro decise di riconciliarsi con il padre,
così comprò un camion nuovo e di lì a poco prese anch’egli a vendere
patate, intanto spendeva più di quanto conosceva e a forza di spendere in breve
divenne un buon partito per buona parte delle donne del paese. Così Donata,
spinta, ma non più di tanto dai genitori, si combinò a nozze con Pietro,
mentre il resto del paese aveva preso a ballare il rock’n roll.
Donata di famiglia e di
suo non aveva dimestichezza con il denaro quindi per ora aspirava al pane
quotidiano come il caso dettava. Di bianco vestita la gente ancora l’invidia.
La cerimonia filò liscia come l’olio, e senza magie alla fine del tempo
necessario arrivò la prima delle quattro femmine.
Dal padre ben custodita
fino al giorno del matrimonio. Scoperte spiacevoli niente di niente. La prima
notte di nozze colorò le bianche lenzuola di lino del giusto colore della
circostanza. Pietro sospirò soddisfatto: Questa è la morte sua! Rosso su
bianco.
La soddisfazione invase
anche Lina la madre di Pietro, a lei toccò fare il bucato nuziale, e fu così
che toccò con mano la verginità della nuora, ma Lina aveva altri motivi di
felicità, con l’arrivo della sposa Donata, le domestiche fatiche si erano
diluite e la compagnia di quel nuovo sentimento la restituì alla vita, poi di
lì a poco avrebbe riscoperto il piacere della maternità, senza il facchinaggio
della pancia cresciuta. Senza pesi da trasportare a spasso nel tempo, grazie
alla nuora, si ritrovava la femmina che non aveva mai sfornato. Padre Moretti,
il parroco, suonò le campane dell’occasione e celebrò il rito che permise l’accoppiamento.
Pietro prese a viaggiare con il camion, la rotta era quotidiana e nel tempo
immutabile, alle cinque rientrava alla base, al bar avevano accusato il colpo,
morto il papa non se ne fece un altro.
E’ nata la bambina,
come la chiamiamo come non la chiamiamo la chiamiamo la chiamiamo Maddalena no
la chiamiamo Maria no Maria no semmai Teresa no non se ne parla Maddalena Teresa
Maria la chiamiamo Fortunata. E così sia. Fortunata ciuccia latte e dorme.
Cioccolata era uno
zingaro, il suo nome era Carmine Ciarelli, abitava tra Pescara e una contrada
vicino Soave dove allevava i cavalli, per le corse clandestine della domenica,
con sua padre sua madre e tutta la banda di zii fratelli e sorelle viveva da
queste parti da una decina di anni. Il nomadismo oramai era solo una molecola
che scorreva nel suo sangue, la strada che percorreva era breve e identica a se
stessa da anni, i suoi cavalli andavano forte e lui del denaro aveva il talento,
giocava a zichinetta e vinceva, scommetteva sui cavalli e vinceva, più vinceva
e più spendeva, non risparmiava un solo centesimo amava vestirsi bene ed era
vanitoso come un pavone, i galli da combattimento pure gli rendevano bene,
gestiva una piccola banda di zingari, che per ora si dedicava agli appartamenti
e a rari furti di gola nelle campagne, galline, olio, vino e qualche maiale, nei
night della provincia era rispettato per quello che era uno Zingaro galante e
spendaccione che quando era di vena prima distruggeva il locale e poi lo
rifaceva di nuovo, nelle serate storte si occupava solo della distruzione, ma
quella piccola zona era sua, era il frutto di un lavoro meticoloso e rigoroso,
nella vita si preoccupava di fare soldi e spenderli il più in fretta possibile
per farne altri. Era convinto che mantenere soldi in tasca portasse più sfiga
di una bara senza morto, per una donna usata si vendeva pure la madre per
ricomprarla il giorno dopo, era il più vigliacco dei vigliacchi, ma i
guardiaspalle non gli mancavano mai, poi da un po’ d’anni girava con il
ferro nelle brache ma per ora polvere da sparo non ne aveva sprecata. Come
quelli della sua razza, divideva il mondo in due: I PIGRI, cioè loro gli
zingari, e I CAGGI gli altri. A forza di frequentare night e bische tra i caggi
c’era anche qualche amico ma non si fidava fino in fondo di quella gente che
comunque dopo un po’ lo annoiava, non capiva i cavalli, viveva nella legge e
poi era per i suoi gusti troppo moscia, aveva 25 anni, di galera ne aveva fatta
poca e per ora non aveva intenzione di tornarci, dopo aver ballato con la caggia
al matrimonio si era fissato che quella doveva essere la sua donna e per un po’
si distrasse pure dai cavalli. La vita gli piaceva e la sbatteva in faccia a chi
gli si opponeva.
La mattina dopo mi
svegliai abbastanza presto, quella mattina Pietro non era andato a lavorare, di
solito si svegliava alle cinque, erano le otto e ancora dormiva, andai in cucina
e trovai mia suocera alle prese con una montagna di fagioli, del mal di stomaco
neanche l’ombra.
Fuori c’era un
piccolo palchetto per l’orchestra e una quarantina di sedie facevano da
perimetro alla terra da ballo, da quando l’orchestra aveva preso a suonare una
poltiglia di malinconia si era impressa sulla vedova allegra, sudava freddo.
Sedute in un angolo, mi teneva sulle sue gambe, come qualcosa di prezioso,
sembrava proteggermi ma in realtà si era abbarbicata al mio corpo come una
scimmia
– Che succede a Ma’?
non mi rispondeva, si
lamentava sbiascicando parole a mo’ di rosario
a Ma’ ti sei
intristita, a ma’ ti capisco è la musica, ti ricorda a papà ti capisco a ma’
ma non ti preoccupare non piangere tanto quello sta’ meglio di noi
– Ma finiscila sei
proprio na’ sempliciotta quale papà e papà mi duole la panza i peperoni mi
salgono in canna il venticello mi ha fregato lo stomaco e invece guarda quell’imbranata
di mia sorella tiene quanto a me mangia quanto una scrofa e mo’ da vecchia si
è imparata pure a balla’.
Alzai lo sguardo per
vedere l’imbranata e così la mia vita si è capovolta. Era tra due uomini con
una camicia gialla aperta sul petto, scuro, moro, le scarpe bianche col nero, l’oro
gli scivolava sul petto dai polsi, mia suocera continuava a ripetermi l’hai
vista l’hai vista guarda come balla, non capivo più niente non vedevo più
niente l’imbranata ai miei occhi non esisteva, c’era soltanto quello Zingaro
che parlottava con altri due cristiani.
– Chi è quella?
– Quella chi?
– Quella sulle gambe
della vecchia?
- No scordatela,
lascia perdere, non ti pensa proprio.
– Vuoi scommettere
che con me ci balla?
Ma non dire scemenze,
è sposata è più santa di una santa non c’è la pensa e tiene pure un marito
incazzuso, si chiama Pietro, Pietro Spina il camionista.
– Vuoi scommettere
sì o no?
– Senti Ciucculà non
fare sempre lo zingaro, vabbò che ci sei, però ti ho portato qua mo’ fammi
stare quieto, la sposa mi torna parente quindi statti tranquillo e pensane un’altra.
– Pare che ho sparato
a una, sei proprio un caggio.
Lo vedi come balla,
sono 5 lisci, e l’altro due di coppe del marito fa’ i canestri sulla sedia,
e io soffro, riprese mia suocera.
Me lo guardavo e
riguardavo mentre nelle cervella tornava la vocina di mia suocera, balla balla
balla sennò si offendono balla balla.
– Permette un ballo
signorina?
Permette non permette,
gli duole la panza, l’imbranata della sorella, sette di denari e due scope, 5
a 3 per noi. La suocera, Fortunata, mio marito, la zia il marito della zia, gli
sposi, la luna le stelle il venticello e tante altre cose, ma volai tra le sue
braccia e balla balla balla sennò fa che mi si offende ho ballato liscio tango
valzer, le campane facevano din dong a mezzanotte e Cenerentola se ne fotteva e
ballava. L’orchestra suonava e tutto il resto mi sembrava niente non capivo
niente di niente l’oro gli colava sul petto le scarpe nere col bianco la
camicia gialla, balla che ti balla l’orchestra smise di suonare.
Mi disse: posso
rivederti?
Risposi quasi offesa,
ma che sei scemo, guarda che io sono sposata e tengo pure una figlia,
scordatelo.
Volevo quell’uomo, la
vagina mi faceva esplodere il cervello, dei ragnetti mi strisciavano in corpo,
una ragnatela melliflua mi avvolgeva l’utero, il seno e il sedere. Camminavo
su aghi di pino, in una pineta dove i sentieri si ritorcevano in se stessi, lo
cercavo nel vuoto mare mentre spine di pesce si erano incollate sulla mia
lingua, la saliva scavava solchi di salvezza, le spine erano perle, ma non
sapevo che farmene, si erano incollate su quel pezzo di carne delicato come il
sedere di un neonato, strappai le perle con tutta la lingua, guardai in faccia
mia suocera che oramai mi sembrava sempre più mostruosa, volevo attaccarmi al
suo ventre e staccarglielo a morsi, era lei la colpevole, da quel ventre era
uscito quell’uomo che avevo sposato e che ora sicuramente odiavo.
Cinque minuti e ti
passa il mal di testa, nelle fognature devono schiattare. Questo si meritano,
questo mondo è pieno di pericoli, l’essere umano è cattivo, invidioso, e poi
c’è della gente che porta proprio male, non la si può, manco guardare, tu
sei giovane, stai attenta, proteggiti, sennò finisci male. Parlò con la
sicurezza di un sacrestano, non avevo sentito una sola parola, guardavo le sue
mani che avevano ripreso a sbucciare i fagioli. I muri della cucina si
sgretolavano al mio sguardo l’intonaco e la vernice rovinavano sul pavimento,
la vecchia spariva nel polverone dei miei pensieri. Continuò a parlare,
ultimamente era ispirata, la cattiveria aumentava e la teneva in vita. Pietro
dormiva. La casa nuova era pronta da più di due mesi, Pietro l’aveva
costruita affianco a questa vecchia, le poltrone si difendevano dalla polvere
con colorate coperte di lana, tutta la casa era imbavagliata, a discapito del
tempo. Continuavamo a vivere nella vecchia casa, e a parlare di quella nuova,
era come il cinema, uno schermo davanti, dove proiettare i desideri, ognuno di
noi aveva instaurato un rapporto con quella casa, simbolo di modernità e di
ricchezza, questa era la nostra grandezza, la casa più. Iniziai a sbucciare i
fagioli, mi guardò soddisfatta.
– A Ma’
– Sì
– A Ma’
– Sì
– No niente
Si alzò, accese la
radio, uscì senza dire una parola. Continuai con i fagioli. Da sola mi sentivo
più tranquilla, forse l’aveva capito, in fondo quella donna mi voleva bene.
Il muro spandeva un
sentore di cenere e di legno, un alito rosa si era calato su di lei. La
credenza, il tavolo, le sedie, i bicchieri, tutto in quella cucina aveva l’odore
della cenere. Una sofferenza, che non era ancora la sofferenza amorosa, gli
rodeva il cuore. Pietro dormiva.
Lasciai i fagioli,
tornai in bagno. Ero sempre la stessa, niente di nuovo, ma non mi fidavo dello
specchio, e ancor meno di me stessa. Da quel giorno, iniziai a parlare da sola.
Ero due, tre, quattro, ero cinque, sette, ventitre, ero diventata una maschera
delle situazioni, bastava chiudersi in bagno ed avere un paio d’ore di tempo,
così presi a giocare. Una era la classica, quella che per anni avevo creduto di
essere, l’altra era l’adultera, quella che espiava una colpa che non aveva
commesso, la terza faceva l’uncinetto, poi la cittadina annoiata, che leggeva
libri, giornali, riviste insegne luminose, elenchi telefonici, e targhe della
macchina, memorizzava tutto per salvarsi dalla morte.
Il bagno si riempì di
possibilità, e alla fine non mancavano gli applausi.