Fabio Dell'Aversano

NOSMOKIN’

 

 

Le uniche cose che possedevo erano una .45, un pacchetto di sigarette e pochi spicci per il whisky.

E basta, nient’altro. A parte quell’ufficio malridotto e vecchio quanto la città che consideravo casa. Ma non era mio. Praticamente lo occupavo abusivamente.

Sedevo in quell’ufficio in affitto al sesto piano di uno stabile frequentato molto più da topi che da uomini. Non ricordo nemmeno che strada era, né la città, ma sicuramente era un sesto piano. Sei è un numero di merda ecco perché me lo ricordo.

Ero lì, aspettavo un incarico sapendo non sarebbe mai arrivato e mi dondolavo tra le volute del mio fumo nervoso e l’ansia di scendere a spendere i miei ultimi soldi per un whisky. Economico preferibilmente. Se fosse avanzato qualcosa per le sigarette che stavano per finire...

Passi.

Li sentivo qualche volta sfiorare quella porta al sesto piano ma mai portavano con loro mani per bussare e proseguivano oltre.

Spesso passava qualcuno degli altri inquilini. Talvolta solo, o con la famiglia... ma spesso accompagnato da qualche battona rimorchiata in quel quartiere lì sotto. Troppa vita buttata per i miei gusti, ma così è la vita.

Passi.

Quella volta non proseguirono. Si fermarono davanti alla mia porta e le mani che portavano con loro bussarono.

2 colpi.

Di nuovo.

– vengo – dissi, vincendo l’incredulità ed alzandomi ad aprire quella porta sbarrata per evitare che il padrone di casa mi rompesse le palle con tutti quei discorsi sull’affitto non pagato e chissà cos’altro. Non era lui, se no avrebbe buttato giù la porta. Sperai, prima di aprirla quella porta, che dietro ci sarebbe stata una donna da urlo con due gambe splendide e col più bel paio d’occhi che mi fosse mai capitato di vedere. Lo sperai ardentemente.

Aprii.

La richiusi subito.

Davanti l’ingresso c’era un tipo bassino con due gambe orribilmente corte e degli occhi protetti da spesse lenti da vista.

Cazzo, pensai, sarà per la prossima volta.

Riaprii la porta.

– cosa diavolo fa!? – mi apostrofò diventando tutto rosso in faccia. Era ridicolo così piccoletto e così incazzato, ma era vestito come uno che aveva la grana e pensai di non dirglielo.

– mi scusi pensavo fosse qualcun altro... che posso fare per lei?

– ho un problema che va risolto velocemente e senza dare nell’occhio. Ma adesso... – Abbassò la voce come se avesse paura qualcuno potesse sentirlo – ... è meglio entrare nel suo ufficio.

– ...già, è meglio. – Dissi con sufficienza.

Entrammo e quel tipo si sedette sulla sedia polverosa che non vedeva un culo di cliente da settimane, forse mesi.

Se ne accorse. Della polvere.

- gli affari vanno male vedo – sogghignò tirando fuori un sorriso che poteva essere definito solo odioso, ma pensai di continuare a stare zitto ed a non-sorridere. Come stavo facendo da quando era entrato. Anzi da quando ero nato.

Non ho mai sopportato la gente che ride in continuazione, gli allegri, i semprecontentodellavitaetu? . mi facevano girare solo i coglioni. Ancora lo fanno se è per questo. E il mio quartiere, o forse il mondo, era pieno di idioti del genere. Un po’ ovunque, praticamente ad ogni angolo di strada potevi trovarne uno.

mi ha sentito? – alzò la voce il piccoletto pensando che non me ne fregasse un cazzo di quello che stava dicendo.

- certo – aggiunsi con naturale disinvoltura. Magari perché sono abituato a parlare alla gente. O forse perché sul serio non me ne fregava. Un cazzo.

Però era un cliente. Soldi.

Ne avevo un gran bisogno in quel momento, in qualunque momento. Forse sempre, CERTAMENTE sempre.

Accettai l’incarico anche se non avevo capito bene cosa volesse il piccoletto. Qualcosa che riguardava Jimy e 1milione di dollari.

Bestemmiai dopo che il tipo era già sparito fortunatamente. Ammisi che forse sarebbe stato meglio che lo avessi ascoltato e decisi di scolarmi quello che era rimasto della bottiglia di whisky.

Che non avevo. Forse sarei dovuto scendere a prenderla, o forse no, alla fine optai x prendermi 1sbronza che tanto domani avrei cominciato le indagini, che tanto non avrei scoperto niente e che si trattava di un incubo, un maledetto incubo, un sogno così bello che non volevo svegliarmi e volevo volare, che tanto il mio corpo sul marciapiede non avrebbe fatto schifo a nessuno, tutto quel sangue, cervello sulle scarpe di quella signora così perbene scesa per sbaglio da casa senza il taxi che tanto a piedi si fa prima e, oh mio dio, che scena raccapricciante, ma chi era non si preoccupi signora era un ubriaco, uno di quelli di cui non frega niente a nessuno, un debole, 1fragile o qualcosa di simile ha ancora la bottiglia stretta in pugno ma io l’ho visto volare dice quel ragazzino che vende le sigarette all’angolo, era lì che si librava su tutto su tutti su questa merda, era leggero.

Già, pufff!

E il gioco è fatto.

 

 

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Diego Lazzarich