Alberto Manco

IL POSTINO

 

Quando tornai a casa, tutto, per me, cambiò, senza che io potessi darmi il tempo di decidere per me. Una lettera mi annunciò che avevo trovato lavoro: avrei occupato un posto di responsabilità in un grosso ufficio postale. Rimasi esterrefatto: quella domanda non l'avevo fatta nemmeno io personalmente, e al concorso ero andato in stato di ebbrezza, come si dice, per non dire ubriachezza  - tanto da non ricordarne assolutamente nulla. Ma un lavoro era un lavoro: la mia vita, finalmente, poteva avere un punto di riferimento almeno economico, potevo essere felice. Mi sentii davvero disperato. Poi passai a uno stato confusionale abbastanza serio. La notte non dormii, e nel tempo  questa sarebbe divenuta la mia maggiore preoccupazione assieme al lavoro che  avevo trovato. La temperatura del mio corpo iniziò a salire, e fui febbricitante per un po'. Dopo questa breve fase di rigetto o di gioia, iniziai il mio nuovo lavoro. Sarebbe dovuto passare molto tempo affinché mi rendessi conto di quest'inizio. Percorsi questo tempo assolutamente dimentico di ciò che facevo, e della mia esistenza, finché, un giorno, mi sarei chiesto che cos'era esattamente quel posto in cui ero e avrei notato l'ingresso che ogni giorno  varcavo assieme a qualche centinaio di persone.

Iniziai immediatamente il mio nuovo lavoro. In capo a una settimana la mia identità era definita completamente da capo: avevo un certo grado, e taluni dipendenti  che mi erano subordinati mi si rivolgevano dandomi del lei, mentre altri, molti, mi erano preposti, e mi davano del tu abbastanza svogliatamente. Per la prima volta fui  chiamato per cognome, e mi abituai anche a questo. Lentamente il mio volto assunse il colorito dei pacchi postali. Nel mio reparto non c'erano donne, tranne  tre sordomute, e gli uomini erano tutti strani, uguali, simili, muti, immobili, con due rotelline al posto dei piedi. I semicalvi portavano il riportino, e quelli con i capelli li pettinavano in una maniera tanto insulsa da sembrare che avrebbero preferito non averli. La sera cominciai a guardarmi l'attaccatura di capelli, e per la prima volta mi accorsi che da anni e anni non me li ero mai aggiustati con una particolare attenzione. Di notte iniziai a non dormire, e a trascorrere ore e ore a pensare a cose di cui non ricordo, ora, assolutamente nulla, e che hanno condizionato i miei sonni di allora in misura davvero impensabile.

 

Ma questa era, per il momento, la mia precisa identità, e dovunque andassi, con chiunque fossi, io dovevo presentarmi continuamente a me stesso, nel silenzio dei miei pensieri stuporosi: ero io, proprio io, un piccolo postino di campagna. La mattina io iniziavo la giornata senza riuscire ad alzarmi dal letto. Dovevo trascinarmi per millimetri e millimetri da una parte all'altra del materasso, a fingere di dormire ingannando me stesso, giacendo a pancia in giù, appesantendo gli organi, costringendo lo stomaco vuoto a cospargere le sue pareti di succhi acidi, capaci di farsi sentire fino a qualche centinaio di metri di distanza, impregnando il mondo della mattina di un sapore acidulo che sa di stomaco vuoto, e di un'assoluta mancanza di volontà di ficcarci dentro qualcosa. Masticare mi costa troppo, cucinare mi dà noia, e l'unica cosa a cui mi hanno abituato da bambino è stato un latte caldo, caldissimo, inesorabilmente dimenticato sul fornello, sbollito, denso di membrane filanti e viscide, allungato con caffè solitamente vecchio, freddo, già dal mattino annunciante qualcosa di sempre visto. La sera mi inserisco nel letto, e, per dormire un sonno più leggero, cerco la posizione più scomoda e assennata che possa trovare: quella a testa in sù, magari con un cuscino sotto la testa, anzi, due, così sono sicuro che il sonno sarà leggero, fastidioso, stancante, stancante come una notte insonne. In questa posizione io non dormo per ore prima di chiudere gli occhi, e così trascorro tutto questo tempo a pensare. Penso che forse farei meglio a mettermi a pancia in sotto, ma poi mi addormenterei subito, forse. Forse è l'angoscia di dover lasciare il mondo, assentarmi. Certamente mi dà fastidio assentarmi, quasi come sapermi presente. Provo un gran senso di colpa, se lo faccio. Così, ho trovato questo compromesso, e resto tutte le notti della mia vita a fingere di dormire. Ma la mattina, quando devo alzarmi, lancio via i due cuscini, e finalmente potrei dormire, vorrei. Ma non posso certamente farlo, perché non sono io a poter controllare il sole che sale, sale, e contemporaneamente controllare me, me che non posso essere assente, ora che il dovere mi chiama.

Non so perché lo faccio. Non so perché vivo, non so più nulla, né ricordo di averlo mai saputo, per la verità.  Se dormo allora ne approfitto per sognare, qualche volta mi capita, ma i sogni che faccio non sono  mai quelli che vorrei fare. Ma ci penso sempre dopo, se ci penso, perché io non ho sogni che vorrei fare. Sono sigillato in questo letto, la mia vita è un foglio già scritto, e non saprei più che cosa aggiungere. In fondo, avrei potuto aggiungere una firma, sotto questo foglio, ma io non amo firmarmi col mio nome, perché il mio nome mi è stato dato prima che potessi ribellarmi, prima che potessi dire che ne avrei voluto un altro, cento, nessuno. Così, non mi firmo, ora che è veramente tardi per ribellarmi, perché nessuno crederebbe che una cosa tanto sana possa esistere - cambiarsi nome, firmarsi diversamente.

E così, io la mattina penso a tutte queste cose, prima di lasciarmi abbracciare dalla giornata.

Se è una giornata umida potrei restare sotto le lenzuola per ore e ore, visto che l'umidità di fuori mi dà la sensazione di accartocciarmi, di dilatarmi le ossa, come se infinite microscopiche cannucce mi soffiassero aria dentro le ossa, rendendomele come cioccolato bianco soffiato, pieno d'aria.

Se piove è peggio. Non vorrei, in questo caso, mai alzarmi, ma detesto restare a letto, a testa in sotto, col naso nel materasso duro, specie ora che è inverno e questo posto è sempre freddo, freddo e umido.

Dovrei girare il materasso, sdraiarmi sul suo lato invernale. Penso di farlo di sera, ogni sera, quando il letto è freddo, se lo è, ma io sono troppo stanco per farlo, oppure penso che quello è un compito che va eseguito in una specie di tempo lavorativo della giornata, che quando sto per mettermi a letto è già trascorso ormai da un pezzo. Ma, solitamente, io non posso pensare di poter restare a letto, comodamente, e assentarmi da un mondo piovoso, e perciò detestabile, non partecipare a  qualcosa che non è giusto che tutti gli altri debbano sopportare.

Così, mi alzo, e non mi sento un eroe mentre lo faccio, perché so che da questo momento tutto quello che farò, compreso quello che non farò, non dipenderà da me. Ci deve essere una buca da qualche parte del mondo, in qualche dimensione che io stesso sono e che sistematicamente mi si nasconde, in cui io sono continuamente spedito, dopo essere stato scritto, firmato, piegato, imbustato, sigillato, affrancato, e infine imbucato.

Eccomi, dunque. Sono io, proprio io, un piccolo postino di un posto qualunque, proprio quello dove adesso sono, e percorro i tempi della mia esistenza senza alcuna destinazione - forse sulla busta che io sono qualcuno ha dimenticato di scrivere l'indirizzo. Non oso pensare chi possa essere questo smemorato, potrei scoprirlo magari passando davanti ad uno specchio. Ogni mattina arrivano sul mio tavolo almeno sette buste sulle quali il mittente ha dimenticato di scrivere il destinatario, e allora io le metto da parte, in un cassetto in cui ripongo tutte le buste senza destinatario. Poi, dopo qualche giorno, ne spedisco qualcuna, mentre qualcun'altra la butto nel cestino delle buste senza destinazione scritta. In effetti, penso, la loro destinazione è proprio quella: dove finiscono, nel mio cestino, assieme a qualche sputo vischioso o le bucce di frutta che a volte restano lì sotto per qualche giorno. Così come per le altre, la destinazione finale prevedeva una sosta prima nel mio cassetto. Prendo la penna, e senza badare al tipo di carta o allo spessore della busta, ci scrivo sopra un indirizzo, e le rimetto in circolazione. Qualche volta tornano sul mio tavolo, dopo qualche settimana di inutili peripezie, e io le riconosco, perché conosco benissimo la mia grafia, e per essere più sicuro le contrassegno con un segno riconoscibile. In quel caso, dò loro ancora una possibilità. Le rimetto nel cassetto. Dopo qualche giorno le tiro fuori. Qualcuna, a caso, la butto, mentre qualcun altra la aggiusto. Già, la aggiusto: cambio una a in una o, oppure correggo un due con un otto, e tutto cambia. A quel punto le rimetto in giro, perché il mio compito è dare una destinazione alla posta senza destinazione, tutta quella che, per errore, per decesso del destinatario, per mancanza di esso, per cambio di residenza, o, assurdamente, per errore, comincia a girare a vuoto, e a fare già più di una volta il giro che per essa era stato previsto. Ho piena facoltà: regolarmente, in verità, dovrei rispedirle al mittente, ma il mittente, sulle buste sbagliate, non c'è mai: nessuno mai si prende la responsabilità di un simile crimine, e allora io posso aprire il cassetto e ficcarcele dentro, o lanciarle direttamente nel cestino.

Gli indirizzi che scrivo sulle buste, o quelli che, semplicemente, correggo, sono inventati: essi contengono nomi stranieri, assurdi, impossibili, mai sentiti, codici di avviamento a nove cifre, strade intitolate alle puttane che le battono, agli ubriaconi che ci vomitano, e che io conosco perché qualche volta le attraverso, senza aver mai incontrato in esse il poeta o lo statista a cui sono intitolate. Scrivo sulle buste il nome della prima ragazza di cui mi ero innamorato, e che mi ha rovinato per sempre, perché avevo sempre creduto che mi ignorasse, mentre, dopo essersi sposata, mi ha confessato di avermi sempre amato, ma che ormai era troppo tardi, e gliele mando, pur sapendo che ormai non abita più là da anni e anni. Scrivo il nome di qualcuno che vive in un altro continente, o quello di un animale pataccoso che conosco e che la sera mi fa compagnia scortandomi fino a sotto casa. Oppure le spedisco alla ragazza polacca che lavora nel bar sotto casa mia, e che qualche volta mi ha detto che qualcuno, da anni e anni, le spedisce lettere strane, incomprensibili, con grafia sempre diversa, in cui qualche volta le si parla di fatture da pagare, altre volte di un figlio che non vuole tornare a casa, altre volte di una pensione che non arriva, altre volte di cose che si vergogna di dirmi. Ultimamente la vedo un po' distratta. Mi ha detto che sta ricevendo continuamente lettere da parte di un uomo che l'ama, e che vorrebbe sposarla, ma che lei non conosce.

Le lettere che avanzano me le spedisco a casa, quello è un indirizzo che non potrei mai sbagliare. Qualche volta, però, è successo anche questo: ho sbagliato, la mia mano ha tremato, e allora la sera ho cercato una posizione ancora più scomoda nel letto, una posizione che assolutamente mi  impedisse di dormire, e mi consentisse di pensare al possibile contenuto di quella lettera che non mi arriverà mai. Ma non sempre sbaglio, naturalmente, e spesso le lettere mi arrivano, salvo qualche volta in cui, non essendo io stato trovato a casa dal postino, esse mi sono state consegnate a mano dallo stesso, che mi conosce, fino al mio tavolo di lavoro.

Ma in quel caso perdo la voglia di leggerle, e allora le butto immediatamente nel cestino.

In questo posto io ci lavoro, e non avrei mai il coraggio di leggere, quà, una lettera che non ho trovato nella mia buca della posta. 

Ieri, trepidante, l'ho aperta, la buca. Erano settimane intere che non ricevevo posta, e attendevo con ansia di trovare qualcosa  per me. Ogni sera per il nervosismo avevo aggiunto un cuscino agli altri, fino ad assumere una posizione seduta nel letto, perdendo completamente il sonno. A mattino fatto, lanciavo via i cuscini, mi buttavo a pancia sotto, e, sicuro di non aver più tempo per poterlo fare, cercavo finalmente di dormire.

Sono io, proprio io, e ora preferisco omettere qualunque forma di giudizio perfino sul mio conto, oggi che ho aperto una lettera indirizzata a me da una grafia inconoscibile, indecifrabile. Ho cercato di leggere il nome sul dorso della busta, di intuire la strada, il civico, la città di provenienza - perché il mittente aveva scritto tutte queste cose, ma l'aveva fatto in modo tale che otto giorni di studi e pensamenti non mi hanno dato risultato alcuno. Seduto su decine di cuscini, nel letto ho fatto un buco al centro di una coperta e me le sono infilata in testa, a mo' di saio, così da coprirmi, ormai in posizione completamente verticale. Per otto notti ho cercato di decifrare quel nominativo, e per otto giorni ho pensato ad esso, con amore, ardore, passione, odio, dunque. Ho pregato, avvolto nel mio saio inumidito dall'aria stagnante. Per la strada ho cercato di individuare chi fosse. Ho pedinato le parole della polacca, ho avuto alla fine anche qualche sospetto, avrei voluto parlarle del mio angosciante problema, ma ho dovuto tacere. Lei stessa mi raccontava della sua corrispondenza, quella che riceveva ormai regolarmente dal suo amato giorno per giorno, a volte anche con più lettere nello stesso giorno. Pensava oramai al matrimonio, avevano fissato perfino la data, avevano cominciato a elencarsi la reciporoca lista di invitati, parenti e amici, e avevano chiesto entrambi un permesso di sette giorni sul lavoro, affinché potessero finalmente conoscersi, subito dopo aver deciso la data di nozze. Quelle parole mi sconvolsero, e uscii turbato dal bar giurandomi di non mettervi più piede.

Ma il mio problema di  quei giorni era stanare l'unica persona che, da quando esistevo, aveva scritto il suo nome di mittente sulla busta che mi aveva spedito. Mi chiedevo come fare, mentre dall'altro lato non potevo più rimandare il momento di adempiere il mio dovere: rimettere la busta al mio ufficio, per illegibilità del mittente. Essa avrebbe potuto contenere di tutto: una bomba, una casa che non mi piaceva, una richiesta di soldi da qualche ente lontano, un saluto affettuoso da una vecchia amica mai conosciuta, la notizia della morte di qualcuno, la richiesta di partecipazione a un concorso a premi, o uno sberleffo. O, tragicamente, nulla. O un nuovo lavoro. Dopo nove sere decisi di ricorrere al calcolo delle probabilità alfabetiche: a ogni segno grafico facevo corrispondere una lettera ipotetica, che trascrivevo su un foglio. Al secondo ne facevo corrispondere un'altra, e così via. Così, in poche notti, ottenni circa tremilasettecentoquindici combinazioni diverse, accorgendomi che arabi, edochiani, turchi, ceceni, californiani, italiani, maltesi, sudafricani, chiunque avrebbe potuto scrivermi una lettera, precisamente quella che avevo tra le mani. Disperato, aggiunsi agli ultimi ventisei giorni di veglia assoluta altre due settimane. Qualche volte scendevo dal letto, mi rivestivo, e uscivo per la strada. Se nessuno mi vedeva, andavo a sbirciare nella mia buca delle lettere per avere qualche notizia, qualche indicazione che mi potesse aiutare. Il vuoto di cui era fatta mi si riversava negli occhi. Da lì passava sul mondo intero.

Un giorno, in una cristallina mattinata di una strana stagione, consegnai la busta al mio ufficio. Passai dall'altra parte della scrivania, e, assurdamente, me la ritrovai sul posto di lavoro. Lì potei constatare le irregolarità e le regolarità della questione: ma una cosa era ineccepibile: l'indirizzo del destinatario. Era perfetto, leggibilissimo, nitido, universale. Ero io, era il mio nome, non c'erano altre persone a quel numero di quella strada di quella parte del mondo che non fossi io. Me la rispedii, dopo averla tenuta per qualche giorno nel cassetto delle attese. Al ritorno a casa cominciavo a puntare lo sguardo dalle parti della buca della posta in maniera sommaria, poiché da così lontano non mi sarebbe stato possibile inquadrarla, vederla. Poi, quanto più mi avvicinavo, tanto più aumentavo la velocità dei miei passi. Alla fine iniziavo a correre, con le mani protese in avanti, verso lo sportellino della vecchia cassetta, che aprivo, e che trovavo vuota. Fu così per giorni e poi per settimane, tra le più angoscianti che io avessi mai vissuto in quella che era la mia esistenza. Il letto mi era d'aiuto, perché in nessun altro posto come là riuscivo a stare sveglio e a non darmene colpa contemporaneamente. Frapponevo i cuscini tra la mia testa e il materasso, e iniziavo a fissare il soffitto. Qualche volta mi alzavo, convinto di aver sentito lo sportello della cassetta della posta aprirsi, ma di notte nessuno mai aveva conseganto posta. E poi, ormai, la lettera era stata spedita con tutti i crismi della regolarità, dall'ufficio stesso delle poste. Iniziai un servizio di sentinella perpetuo, che non concedeva soste a se stesso. Ero sveglio da quarantadue giorni, e non mi buttavo a pancia in giù nemmeno la mattina, per non distrarmi.

Ma non ci furono arrivi, no.

Quando hanno sfondato la porta mi hanno trovato ormai quasi completamente disseccato, assolutamente incapace di muovermi, cosparso di piaghe purulente. In fondo alla buca, confusa impercettibilmente col colore  scuro del suo interno, qualcuno, insospettito dalla mia lunga sparizione, e  guidato da un fetido cane, aveva finalmente trovato la lettera giacente lì ormai da mesi, e  in essa aveva letto la mia richiesta di soccorso.

 

 

Home

Diego Lazzarich