Alberta
Paramico
DALLA
PARTE DEL KAIROS
"Siamo pronti o
stranieri...?"
Da qualche anno, quasi
cinque ormai, vivo tra stazioni e aeroporti. Trascino dentro la mia borsa una
vecchia agenda la cui funzione è ora quella di fermare ricordi, impressioni,
espressioni e conoscenze. Restano poche pagine da scrivere, l’agenda è quasi
finita ed è diventata fitta e spessa come la mia vita. Quello che ci ho scritto
dentro non sono ricordi di viaggio, sono il tentativo di trovare pace e quiete e
che le abbia trovate in alcune città in particolare è dovuto al fatto che
ognuna di esse rappresenta un uomo o una donna che hanno dato un senso nuovo e
diverso alla mia vita. Questa è la storia di alcune di queste città e di uno
di questi uomini. In queste pagine parlo di lui perché è venuto da un altro
orizzonte della mia vita, in un momento preciso e definitivo. Parlo di lui
perché ora è qui. A parte il fatto che spero ci resti il più
possibile, è una questione di kairòs e il mio animo è abbastanza
antico da non resistere alla tentazione di riconoscerlo, accoglierlo e viverlo.
Il Greco in realtà si
chiama G. ma io l’ho sempre definito in base alla sua appartenenza etnica
perché mi sembra quasi un miracolo poter posare di nuovo gli occhi con
meraviglia sulle curve dell’alfabeto greco e sentirlo suonare. Con il Greco il
greco rivive e rivive attraverso la voce e la scrittura di poeti che parlano
della vita come se avessero conosciuto la mia. Con lui ho scoperto Kavafis e se
anche lo avessi fatto dieci anni fa, e non tre mesi fa, come in realtà è
successo, sarebbe stato troppo tardi.
Ho conosciuto G. quasi
due anni fa e ho cominciato a scrivere di lui in un treno che andava da Modena a
Ginevra, ore e ore di pensieri e di immagini che si accavallavano come i rami e
le foglie degli alberi che scorrevano da dietro al finestrino. Scrivo spesso in
treno e penso altrettanto spesso alla mia vita. Il sole che tramonta, e poi
quanti ricordi, quanti sorrisi, quanti sguardi... Ogni volta che passo la
frontiera guardo il mio passaporto di tanti anni fa, con i capelli corti e il
visto per l'America e l'Egitto, mi pettino e affronto con animo rassegnato il
passaggio in Svizzera. Non è quasi mai facile questo passaggio, per questo
scrivo. Scrivo dell'inferno che è in me e che cerco di esorcizzare con una tesi
sull'aldilà, delle mensole con i miei libri sulla morte, delle fotografie in
cui ho i capelli lunghi e la camicetta bianca, della musica, le spezie della
cucina, la moquette biancastra e il balconcino con le piante e le canne di
bambù. Penso al telefono senza fili con cui parlo sotto la lampada arancione
della cucina, e, nel bagno con i muri salmone e la moquette viola, alle
riproduzioni della "Scuola di Atene" e degli angioletti di Raffaello,
alla lavatrice che si rompe sempre e allo specchio antico d'argento che cade
ogni volta durante la centrifuga. Da quando conosco il Greco penso anche al
libro di Kavafis in edizione bilingue comprato da poco, presenza fissa e
discreta sul comodino nella mia stanza.
Quando scrivo la mia
vita si ferma e si fermano le cose e le persone che vivono con me. La mia storia
con G. è nata in uno di questi passaggi di frontiera, una volta in cui mi sono
fermata. Anche questo racconto. E in questo momento il Greco mi sta
accompagnando - come lui stesso dice - in un viaggio strano e indipendente. Non
saprei neanche se c’è una stazione d’arrivo, un altro passaggio di confine
durante il quale possa ancora pettinarmi i capelli...
Della famiglia di G. so
solo che abita in Grecia vicino a Larissa, ma qualche tempo fa, camminando sotto
i portici di Bologna con il suo lungo cappotto blu e i suoi corti capelli
indipendenti, mi diceva che in realtà le sue origini sono in luoghi fra l’Olimpo
e Delfi. Anche ora che lo sento parlare al telefono con sua madre o sua sorella
continuo a non sapere quasi niente.
G. ha un corpo
abbastanza statuario che mi fa pensare alle sculture greche, alla levigatezza
del marmo e l'intensità delle curve e dei muscoli. Ha gli occhi neri, furbi e
ironici, scrutatori, cercatori, occhi che pensano, e si schiudono al mondo solo
di tanto in tanto, una risata cristallina e autentica. E poi ha i famosi capelli
indipendenti, neri come questo inchiostro, così lisci che ti scivolano tra le
dita, così liberi che lui li adora. Quel che resta del corpo del Greco l’ho
osservato in qualche notte in cui ci siamo lasciati un po’ andare, con
vergogna e discrezione, perché per lo più sto con gli occhi chiusi e cerco di
concentrarmi sul suono di qualche parola greca che inavvertitamente potrebbe
scappargli di bocca. Ogni tanto, guardandomi negli occhi, mi dice: "moro
mou, si vede l'anima...". G. non ha avuto una vita facile, non so
neanche se la voleva veramente facile Ha studiato in Grecia, poi alla Frei
Universität a Berlino e ha pubblicato la tesi di dottorato in Scienze dell’Educazione,
un libro di quattrocentonovantotto pagine in un tedesco così perfetto che non
si capisce niente, con la copertina turchese lucida. Ora questo libro sta sullo
scaffale della mia libreria, sulla mensola dedicata alla psicologia e alla
filosofia, tra il mio amico argentino Diego Tatian e Wittgenstein. C’è anche
una dedica, fatta in un caffè di Berlino una domenica mattina qualche ora prima
di andare all’aeroporto. Quando mi parla degli anni in Germania, del lavoro e
degli studi, io me lo immagino con i suoi occhi curiosi passeggiare per le
strade di Aquisgrana o di Berlino, me lo immagino la sera stanco davanti a una
piccola luce leggere e scrivere con l'attenzione che ora gli riconosco in ogni
cosa che fa. Lo immagino senza mare e senza sole, senza la musica che ora si
porta dietro nelle interminabili ore di viaggio per arrivare in Grecia,
attraversando la Jugoslavia e quel che resta di essa.
Il Greco parla un
pessimo italiano, inventa parole e sintassi, eppure non mi stanco di sentirlo
parlare. Ed è in questo miscuglio di italiano, tedesco e greco che mi ha
raccontato di Ute che pensava di essere più felice con un altro, di Inke che se
ne è andata in Australia, di Nina "con cui è stato solo un
incidente". In questa stessa lingua mi ha spiegato Foucault e la società
disciplinare, Derrida e Castoriadis. E poi mi ha detto di Santorini, la sua
isola preferita, e di una spiaggia tra il mare e le montagne, e del suo progetto
di percorrere il sentiero del pellegrinaggio fino a Santiago di Compostela.
G. e io ci siamo
costruiti con messaggi elettronici e visite nei musei. Non so in quale città
d'Europa abbiamo smesso di essere amici, forse a Berlino, o forse a Modena, o
magari a Londra o ad Atene, ma ognuna di queste era un tassello in più nella
costruzione del mio puzzle mentale. Non era facile, e non lo è neanche adesso
ma continuo a conoscerlo solo così, con lentezza, attraverso le discussioni
pseudo filosofiche, le traduzioni delle canzoni greche, gli sguardi intensi e le
smorfie divertenti dei suoi occhi, l'accento strascicato e il tempo che passa...
Qualche mese fa camminavamo per le strade di Bologna, un po’ disorientati dal
movimento della gente, dalle luci di S. Petronio, dalle strade che si
rassomigliavano nelle curve e nei palazzi, e parlavamo, parlavamo, mentre io
cercavo di capire la sua aria un po’ severa e preoccupata. Eravamo ancora
amici. Ogni tanto mi chiedevo senza dirglielo se avesse nostalgia del suo paese
così come la vivevo e la soffrivo io. A volte mi sembrava di condividere con
lui fiumi di parole, immagini e sensazioni, anche se lui, almeno in apparenza,
non è disarticolato ed esagitato come me. Un'altra volta, a Londra, ho avuto il
sospetto che non soffrisse mai e forse l’ho ancora adesso. Eravamo a
Piccadilly Circus, faceva freddo, pioveva e io camminavo vicino a lui senza
rendermi conto di dove stessimo andando. Eravamo sempre amici. Parlavo, parlavo
di musica e di ricordi, di quando hai voglia di strappare le lettere, di
immagini che si sovrappongono e ti fanno talmente male che hai un nodo in gola,
di gesti violenti dall’aria un po’ definitiva... Niente di tutto questo
appartiene al Greco perché lui non si lascia vivere dalle sensazioni, lui vede
il pericolo e se ne va, io non lo vedo e per questo gli vado incontro a braccia
aperte, accettando e vivendo tensioni e sofferenze. Ma è in questi momenti che
non si potrebbe essere più nudi di così: il corpo si scompone, gli occhi si
chiudono al ricordo di visi che non ci sono più o che sono altrove, e si
respira ancora e ancora l’odore della nostalgia. I rumori del mondo sono
attutiti ed esistono solo il dolore e le domande, la violenza del distacco e la
memoria, questo antico animale che rotola incessantemente nel mio cervello, se
ne va per i fatti suoi e a volte fa male. Non credo che la memoria del Greco sia
come un animale, non so neanche se il Greco abbia una memoria così come la
intendo e la subisco io, ma sono portata a credere di no. Lui sembra non avere
tempo per aver bisogno di qualcuno, lui ha il tempo per scrivere e aspettare di
ritornare in Grecia d’estate, in riva al mare...
Quella con G. è una
storia di attesa e di discrezione. Non chiedo molto, ma quando apre le mani vedo
lo stesso il sole della Grecia e quando camminiamo tra gli alberi e parchi di
Ginevra, o sui ponti di Venezia, o sulle autostrade d'Italia, io vedo che guarda
e assorbe immagini, che segue i ritmi della vita, che è felice a volte, triste
altre; in alcuni momenti è forte la rassegnazione, in altri l'orgoglio di
avercela fatta da solo, così da solo che per lui non esiste differenza tra la
domenica e il lunedì, tra la pioggia degli inverni del nord e i colori violenti
del sud.
G. vive di distanze,
lontano dalle sue origini, lontano dalle persone da cui non può imparare nulla,
a cui nulla può insegnare, lontano dalle banalità dell'ignoranza e dai
grigiori della vita quotidiana, ed è vero che con lui il tempo passa nuovo ogni
volta, passa solare anche quando piove, perché lui ha gli occhi di sole e le
mani di mare e di filosofia.
A febbraio sono andata
da lui a Berlino. Berlino al sole è un susseguirsi di sensazioni che ti si
incollano addosso e che non puoi far altro che subire sperando che non finiscano
mai. La porta di Brandeburgo, la statua della Vittoria, Potsdamer Platz, la
chiesa della memoria... e Berlino est, la malinconia, l’aria di distruzione e
di vento, i tentativi di rinascita... E la cultura, l’università, Bebelplatz,
la gente che si muove e vive, e quel che resta del muro. Berlino, più di ogni
altra, è la città del kairòs, ce n’è uno a ogni angolo di strada,
dietro un vecchio lampione dell’ex settore est, in un caffè letterario, in
una musica latino-americana suonata fino alle cinque del mattino, in una specie
di grotta piena di candele accese, di fiorellini e di lattine di coca cola
appese al soffitto. Io sono stata fortunata perché il Greco mi ha aiutato a
riconoscerlo il kairòs e non una sola volta. Ogni tanto, come le nostre
indipendenze, anche i nostri kairoi hanno coinciso...
Dopo Berlino sono
andata ad Atene ed è là che il Greco è ridiventato G.. Ho cercato per giorni
e giorni di scrivere quando sono ritornata, ma il mio pensiero vagava distratto
in direzione del Pireo e delle colonne del Partenone. Non è stato facile
abbandonare la memoria di quei momenti, le immagini delle chiese ortodosse, il
suono di una lingua antica quanto il pensiero e la filosofia, i colori di Plaka
e dei mercati, del mare soprattutto...
K., la sorella di G.,
abita al Pireo, e se esci fuori al suo balcone puoi vedere le navi nel porto e
da lontano l'isola di Salamina. Il Greco mi ha detto che sulla piccola collina,
proprio a destra della palazzina a due piani, si era ritirato Serse per meditare
sulle sorti della battaglia. Io gli ho detto che in quel momento il mondo era
mio.
"Vedi la linea
dell'orizzonte, laggiù? Eh... Io sono oltre quella linea, al di là
dell'infinito..."
E il ritmo delle
canzoni greche si diffondeva in ogni angolo della casa, restando incollato ai
muri, nel fumo delle sigarette e nelle lenzuola della notte. G. e io abbiamo
spesso parlato dell'Olimpo. L'Olimpo è un concetto metafisico, è quando tremi
e non riesci più a fermarti, è un miscuglio di parole che non hanno senso in
lingue che non hanno, in quei momenti, struttura e coerenza, è quando hai gli
occhi aperti e guardi più che puoi, al di là di quello che puoi vedere,
talmente al di là che non ti resta che chiuderli. Oggi, quando cerco le radici
della nostra storia, credo di averle trovate lì, in Grecia, in quei momenti in
cui abbiamo smesso di essere amici.
Da quando ho cominciato
a scrivere questo racconto, molte cose sono cambiate tra di noi. Ora viaggio
sempre, ma non scrivo più perché lui è vicino a me e io lo guardo con stupore
senza sapere come e perché siamo arrivati a questo punto, in cui mi sembra che
esistano solo lui e le sue teorie sul potere, la disciplina e l'indipendenza. Lo
guardo e mi sembra che non sia mai stato bambino. Eppure so delle montagne del
suo paese, degli animali con cui giocava, dell'apatia dell'adolescenza e della
scelta della Germania, so che è stato ingenuo, innocente e triste forse, ma mi
sfuggono i contorni di un viso infantile. Neanche penso a quando sarà vecchio.
Non parliamo mai della morte, ma un giorno gli ho regalato "Mémoires d’Hadrien"
perché almeno l’ultima frase del libro, "cerchiamo di entrare nella
morte a occhi aperti", gli piace sicuramente, e pensiamo che quando verrà
il momento di dare l’obolo a Caronte, tutti e due speriamo di non aver soldi.
In questo sembra simile a me, ma lui è greco e identifica l’unica forma di
sopravvivenza possibile con il ricordo e la fama; io invece penso che quando
sarò morta non avrò nessun interesse a sapere - e ancora, che significa
"sapere" nella morte? - che la gente parla di me. Mi piace credere che
ci saranno altre vite in cui manifestarsi, altre menti e altri corpi. Lui mi
prende in giro quando mi sente parlare di progetti di reincarnazione perché
crede al nulla definitivo, chissà, forse così si sente più libero.
Si dice che la
scrittura nasce quando si soffre. Io non soffro e sono felice, e scrivo lo
stesso. Scrivo di quando ci incontriamo nelle stazioni e negli aeroporti, di
quando camminiamo mano nella mano e parliamo con la gente, di quando ridiamo e
facciamo fotografie, di quando ci vediamo davanti al fiume di Ginevra e lui
guarda l'acqua, l'unica cosa che gli piace di questa città così triste e
spenta. Scrivo anche se la nostra storia non è finita. Soprattutto perché non
è finita...