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Stefania Piccirillo FLASHBACK
Adesso vedo la possibile illogica spiegazione di anime confuse, del loro comportamento, intendo. La risposta è dentro ognuno di noi. Dunque la risposta l’ho perduta. Forse non era così necessaria.
Ogni mattina, mi svegliavo alle sette in punto, prendevo una colazione piuttosto fugace ed incominciavo a studiare. Talvolta bevevo semplicemente del caffè senza zucchero (in quel periodo ero perennemente a dieta), altre volte mi concedevo dei biscotti farciti che decisamente mi facevano sentire meglio. In realtà quei biscotti erano una delle mie piccole gioie. Ma quando cominciavo, finivo col mangiarli tutti; erano squisiti, ricoperti di nutella e piccole scaglie di cioccolato bianco. Non riuscivo a distaccarmi da quei colori, da quegli odori, da quell’irrefrenabile piacere che dimorava nella mia gola per pochi secondi. Ero profondamente attaccata alle cose materiali. Le mie giornate a Berlino procedevano piuttosto grigie. Mio marito era fuori tutta la giornata ed io ero sempre sola. Spesso, negli attimi di pausa me ne uscivo a fare quattro passi. Preferivo uscire da sola piuttosto che trascorrere del tempo con le mie amiche, che reputavo banali e troppo lontane dai miei problemi per capirmi. A volte per giorni interi mi accontentavo di studiare e aspettare mio marito che rincasava alle dieci. Tuttavia, è lunghissima la storia di un mio giorno, e la voglia di raccontarlo è tenace ed ancor più forte della forza che lo alimenta. Il giorno nasce e muore con la forza. La stessa forza del bambino quando è messo al mondo o del malato quando decide di morire. Beh! uno di quei giorni ero senza forza, senza energia alcuna. Era esattamente uno di quei giorni di cui la storia non parla. Era gennaio inoltrato, tornavo da un piccolo paese di montagna in cui avevo trascorso pochi giorni con delle amiche. Tornavo, tornavo per raggiungere un sogno, per prenderlo, toccarlo con le mie mani. In realtà erano passate moltissime ore dall’ultima volta in cui avevo visto Fabian e morivo dalla voglia di vederlo. Mi sentivo la stessa gioia di quando il nostro rapporto brillava di luce propria, di quando decidemmo di andare a vivere insieme. Il viaggio era stato lungo, (circa due ore e quaranta minuti) e senza sosta alcuna. Ero seduta al centro tra due sorelle. Ci stavo stretta; ma per una sorta di formalismo, non potevo dirlo. Tornai a casa alle due di notte, il silenzio colorava e riscaldava le mille lucette che scomparivano dolcemente nell’infinito orizzonte notturno. Salii di fretta le scale; correvo talmente che cominciai a sudare ed il fiato quasi venne a mancarmi come a chi ha da pochi attimi saputo di avere una terribile malattia. Mi cadde la borsa. Non la raccolsi e continuai ad affannare finché non vidi dal piano sottostante la stanza di Fabian. Restai immobile per circa dieci minuti, le luci erano spente. Era chiaro che si fosse addormentato. Entrai, cercando di evitare anche il più piccolo rumore e senza neanche togliere la giacca, cominciai a scrivere. L’ inchiostro era rosso porpora, ancor più rosso dell’ essenza della vita stessa, di quel tipo di vita, che inseguivo da anni. Il foglio su cui scrissi, era però di carta riciclata. Più lo osservavo e più scrivevo. Il foglio era irregolare, tagliato male, stropicciato, maltrattato. Tuttavia mi piaceva scriverci, forse perché in quel momento mi sembrava Fabian, ed io avevo sempre desiderato di scrivere sul suo corpo esile. Ed era proprio la voglia di contemplare quel corpo esile, che incollò le mie dita a quella penna meravigliosa. Fabian era il mio sogno. Può sembrare banale chiamare una persona "sogno"; ma lui era esattamente ciò che il mio inconscio crea e dimentica. Somigliava alla mia sete, alla fame, al mio corpo nudo. Quella notte lo amai. Lo amai un po’ perché lo decisi; un po’ perché sarei rimasta ad adorarlo per ore ed ore, con la pazienza e la devozione di una giovane moglie giapponese. Erano già passate due ore ed io lo avevo semplicemente guardato, dolcemente mi avvicinai al suo viso pallido, respirava come un bambino, sembrava beato e desiderando che qualcuno potesse pensare di me quelle stesse cose o magari per il semplice, narcisistico bisogno di essere uno con Fabian o probabilmente per stanchezza, mi addormentai, così come si spegne una luce tra tante, nella notte piena di stelle calde. Il mattino dopo mi faceva male la testa e Fabian non c’era più. Prima di alzarmi, feci un paio di telefonate ed andai in bagno. Fuori era terribilmente freddo e sarei rimasta per ore sotto quella doccia bollente; ma appena venti minuti dopo ero già vestita e pronta per cominciare la mia giornata di studio. Non feci colazione, neanche un caffè riuscì a tentarmi. Ero arrabbiata, nervosa, triste. Questo fu il mio stato psicologico non appena cominciai a studiare, niente zucchero, nessun croissant. Ero alle prese con un trattato di estetica su Karl Kerényi, quando il telefono squillò, era Fabian mi disse che non sarebbe rientrato quel giorno. Gli chiesi il motivo, mi rispose che aveva troppo da fare. Gli dissi: "non ti preoccupare amore, ti lascio la cena nel forno, dovrai solo riscaldarla." Mi ringraziò e banalmente mi salutò. Fabian da quel giorno non mi ha vista più. Sono passati dieci lunghissimi anni da quando vivo a Roma e faccio la guida turistica. Dieci lunghissimi anni agili e goffi come un MI stonato di un violino giovane. Lui mi cercò a lungo ma poi si rassegnò quando conobbe il significato della parola amore, quando amò davvero. In effetti dalla donna che aveva scelto come sua compagna capii che tipo di uomo era ed il motivo per cui non mi amò mai veramente. Io, invece, non ho mai smesso di amarlo e di desiderarlo e non so per quale arcana ragione, con la dedizione di un pittore impressionista cerco sfumature e tocchi nuovi ai miei ricordi e cerco di non lasciar deturpare la sua immagine da quella prostituta di basso rango che adesso dorme nel mio letto e guarda la mia televisione.
Proprio ieri mi sono soffermata a guardare una fontana. Da poco aveva smesso di piovere a dirotto. Aveva piovuto per circa dieci minuti ed il terreno era completamente bagnato. Le persone camminavano con aria insoddisfatta. Era chiaro che quella pioggia improvvisa li avesse disturbati. Il sole pallido ancora si ramificava tra le strade ed i viottoli e quando andò via del tutto, mi soffermai sul fatto che la gente non osserva più la pioggia o forse non l’ha mai fatto. Ma quella sinuosa fontana, gravida di energia, quel dì lo fece. La sua acqua aveva infatti atteso a lungo una purificazione con quell’ acqua celeste. Restai perplessa, mi stesi sul prato di fine febbraio, e con la testa completamente avvolta da cappello e sciarpa, ricordai. Per un’ora circa, pensai al risveglio accanto a Fabian, ai toast che mi preparava, alla freschezza di quell’età, alla dolcezza di alcuni momenti, all’idillio di altri. Pensai alla mia vita, ai dieci anni vissuti senza avere notizie di Fabian. Pensai all’amore, alla sua stranezza. L’amore mi apparve subito come un bambino che si prendeva gioco di me. Pallido un debole presagio d’alba riluceva lontano... Il suo sguardo fu il mio risveglio.
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