Stefania
Stefanizzi
MALINCONIE
AUTUNNALI
L’eroina di Checov era nata in un
autunno, sotto un pallido sole e probabilmente su un giaciglio di fogliame
morto, rosso, dorato. Nacque comunque, in quella stagione di transito e di
indifferenza per tutti, tranne che per lei che in quell’Ottobre mutò la sua
identità originaria reincarnando un prototipo di eroina checoviana,
proprio come volle ribattezzarla il suo ultimo e sofferto amore. La sua nascita
anagrafica non era in stretta relazione con il suo assurgere al ruolo di
personaggio malinconico, ma fu forse proprio il peso del dono della vita a
piegare nel corso degli anni la colonna vertebrale della sua coscienza. Ritrovò
se stessa lungo quella prospettiva scricchiolante di foglie secche, era già
abbastanza grande da impedire a se stessa di versare fiumi di lacrime dinanzi a
quella sfera malaticcia che si congedava dagli uomini per un’altra sera, come
tutte le sere. Non vi era però alcuna proporzione che stabilisse che un adulto
sta alle lacrime come il sole sta ad una donna. Quest’ultima riflessione le
offrì il giusto pretesto per commuoversi, ed allora pianse. Le piaceva
passeggiare in quel pallore romantico e agonizzante, il ritmico cadere dei suoi
stessi passi produceva compagnia, le lacrime poi le regalavano un piacevole
istante di calore, impagabile per quanto desiderato. Anche lui era stato un
amore in transito una pirotecnia di luci colorate e di botti festosi, che senza
conoscere l’opaco declinare... Era ormai l’inverno!
Sapeva, lei, che c’è sempre dell’acqua
affinché il fuoco venga spento, che esiste un’unica nota atta a concludere un’ouverture,
e che contro un muro cementizio si infrangono i sogni di molti. Nel suo
caso: la nota era già stata suonata, il muro già eretto e la fonte ostica da
raggiungere, ma ben visibile. Tutto sommato si era solo fratturata nel perderlo,
e non era la consapevolezza d’amare a struggerle il cuore, piuttosto la
consapevolezza di non essere la depositaria del più grande amore, quello che è
insito negli uomini, congenito nel bello dei fiori, celato negli abissi del
mare, palesemente offerto sulle labbra di un bambino. La potenza straripante del
suo amore era inadeguata a quel poco che il cosmo le restituiva. L’interruttore
delle lacrime era stato nuovamente pigiato dalla stessa mole di pensieri che le
turbinavano dentro, e il flusso si era interrotto lasciando corsie di gelo a
rigarle le gote, terse queste ultime con le maniche del maglione. Proseguì.
Incedeva lungo quell’interminabile e
semi oscuro viale, così come procedeva nella vita, riflettendo con una serietà
paradossale, anche sul dove e come calpestare il mondo sottostante, senza
nuocere neppure al più microscopico organismo, per suggestione della
reincarnazione o a causa di quel senso di colpa, onnipresente, che poi avrebbe
potuto schiacciare lei. Ancora poche centinaia di metri da consumare e sarebbe
stata casa. Avrebbe potuto riappropriarsi dell’attività più
liberatoria e medicamentosa che conoscesse. Avvolta nella perenne nube tabagica
avrebbe ritrovato il suo fedele cavalletto e, incastonata nel suo mezzo, una
tela incompiuta, nell’attesa di un estro che emergeva ciclicamente grazie alle
complicanze della sua esistenza. Solo dinanzi a quel bianco verginale riusciva
ad esorcizzare le sue paure, a lenire i suoi dolori, traducendo il tutto in
sinuosità, in spazi anneriti di colori, linee intrecciate che andavano a
completare figure inesistenti o che comunque non giacevano fino a poco prima
sull’intonso del pannello.
Figure sconosciute, sognate, obliate,
senz’altro, sepolte nella più profonda se stessa da quel marasma di pensieri
vacui e tristi che niente lasciavano filtrare dal loro stretto girotondo di inni
angoscianti. Ad opera ultimata si sarebbe sentita pervasa da benessere, giacché
il bello che era capace di estrinsecare tracciando pennellate, da quelle
vibranti e selvagge esalanti profumo di tuberosa, a quelle più soavemente
delicate delle mistiche creature diafane, quel bello raccontava ai suoi occhi l’esistenza
di realtà idrofile e paradisiache. Unico bello partorito non dal suo ventre,
bensì dalla sua mano, nervosa esploratrice, che la riconduceva all’epicentro
di se stessa e senza gocce di sale, senza sillabare le riequilibrava l’anima.
La scala di marmo che si apprestava a salire l‘aiutò a realizzare l’assenza
di eroismo nel suo quotidiano sopravvivere alle difficoltà e rammentò
sollevata che queste erano comuni a milioni di altri esseri. Il suo alter-ego
era nato in un autunno e morì in quell’autunno. Salutò la sua eroina sulla
soglia, respirò leggera e si voltò. Entrò nella nebbia casalinga, accese la
luce e spense definitivamente quel giorno.