Luciano Zaami

BRAZIL

 

"Allora si va..."

"Sì, si va, merda chi se ne pente!"

"L'ultimo che arriva offre il caffè a tutti."

"Se, col cavolo, io e Pedro perdiamo di sicuro, partecipiamo

solo per spirito sportivo."

"Ok, ho capito, chi arriva arriva, andiamo tocchiamo il palo e

ritorno, ok?"

"Ok!"

"Va bene."

"Bene... pronti, partenza VIA!"

I quattro ragazzi iniziarono così a correre a piedi scalzi per la strada deserta, erano le due di notte e per la via principale di quel piccolo paese non passava più nessuno, né una macchina né un uomo, e loro correvano per lasciarsi dietro quell’estate così intensa, quei mesi trascorsi insieme, a celebrare l'inverno della loro giovinezza, ognuno corse più forte che poteva, ognuno per le proprie capacità, ognuno vincitore della sua gara.

"Cavolo, non pensavo facesse così male."

"A chi lo dici, c'è stato un punto dove i piedi hanno iniziato a sbattermi sull'asfalto, non sentivo più nulla."

"Anch'io, è stato alla fine della discesa, vero?"

Adesso riposavano i piedi immergendoli nella grande vasca di un abbeveratoio.

Era una costruzione in vecchia pietra gialla dalla quale un tubo sputava un filo di acqua freschissima, nel silenzio della notte lo scoppiettante rumore del flusso sembrava il grande boato sella foce del Rio delle Amazzoni, erano seduti proprio sul bordo, circondati da un appezzamento di terra incolta chiusa da un'inferriata scavalcata per l'occasione, erano stanchi ma felici, avevano fatto molta strada, sofferto il caldo e la stanchezza, ma finalmente erano arrivati al capolinea.

"Bella nottata, vero?"

"Sì, ma fa un freddo cane qui in montagna, io inizio ad asciugarmi i piedi."

"Vai che ti seguo... hei! Ma chi c'è là sotto?"

"Chi sei!" Gridò forte Fernando.

"Sono io, scemi, che vi credevate?"

"José, è quella pazza della tua ragazza."

"Sì, ho visto." Aspettò che si avvicinasse, poi le chiese:

"Che ci sei venuta a fare qui?"

"Devo riempire le borracce, o volete ripartire senza un goccio d'acqua?" detto questo gettò un po' d'acqua addosso ai ragazzi.

"Hei, è gelata! Stai un po' ferma."

Improvvisamente scoppiò una guerra d'acqua gelata dove nulla e nessuno furono risparmiati.

José restava in disparte ad osservare gli altri scherzare.

Pedro sbatteva i piedi alzando una gran quantità di acqua, Sabrina si faceva scudo con una bacinella mentre Fernando e Cesare rispondevano bagnando gli amici dalla testa ai piedi.

"Cavolo, adesso tocca di andarci a cambiare."

"Il problema è quello di far asciugare i panni."

José guardò divertito tutta la scena, poi osservò Sabrina, e ne ripassò le forme perfette.

Ammirò i capelli castani avvolti in piccoli riccioli, i suoi grandi occhi verdi, la bocca larga che si stirava mostrando un sorriso abbagliante, il collo pulito, lungo, quasi la colonna di un tempio greco, i seni sodi, della giusta grandezza, non troppo volgari ma neanche troppo piccoli, erano come due grosse arance che aspettavano solo di esser colte, poi i suoi fianchi, stretti, così stretti che spesso lui restava meravigliato nel vederla mangiare in abbondanza senza veder poi crescere un fil di grasso, e la sua pancia, piatta come un muro, una pianura dove incontravi un gran pozzo dal nome ombelico, si soffermò a fissarle quella pancia, la guardò bene, in ogni suo più piccolo movimento, e si meravigliò chiedendosi come quella tavola si sarebbe potuta ingrossare come un frutto da l a nove mesi, sì, perché Sabrina era rimasta incinta, e lui questo lo sapeva bene, perché era il padre di quella futura vita. Fu un errore, di certo non era previsto, fu il frutto di una grande passione, una passione che si spinse troppo in là, fuggendo da ogni controllo, un amore molto grande ma non ancora abbastanza pronto ad un evento del genere, e chi lo sarebbe stato?

Lui, José, 25 anni, orfano e con tre fratellini da mantenere, pochi esami alla laurea in Ingegneria ed un lavoro assicurato promessogli da uno zio.

Lei, Sabrina, 22 anni, di famiglia benestante che non approvava quella relazione.

Si capiva subito che la situazione andava affrontata con grande responsabilità, ma tutto arrivò troppo in fretta la notizia gli crollò addosso come una doccia di acqua gelata, decisero così di pensarci dopo le vacanze, di parlarne a mente fresca, alla fine di quella lunga estate.

Avrebbero deciso, dirlo ai genitori di lei o nascondere tutto, ma soprattutto, abortire o non abortire.

Un brivido percorse la schiena di José:

"Hei! ferma, non mettermi l'acqua nella maglietta."

"E tu non stare qui da parte come un bacchettone, cosa c'è, qualcosa non va?"

"No, sono solo un po' stanco, tutto qui."

"Già, è tardi, ma dobbiamo fare ancora un piccolo sforzo, la corriera passerà alle quattro e mezza, manca meno di un’ora."

"Sì, ma non è possibile che l'unico mezzo che ci porti in città passi solo all'alba!"

"Che ci vuoi fare? E' il progresso che avanza." Detto questo, si baciarono.

Ebbero giusto il tempo di raggiungere gli altri, di cambiarsi e di chiudere gli zaini che si fecero già le quattro e mezza.

L'autobus arrivò puntuale, sistemarono i bagagli e salirono.

Finalmente potevano riposarsi, c'erano cinque ore di viaggio che potevano essere pienamente sfruttate dormendo e tutti i ragazzi, chi prima, chi dopo, crollarono sotto la furia del sonno. José li guardava dormire, era buffo vederli tutti in quello stato, anche Sabrina era nello stesso stato, ma lei stava abbracciata al suo uomo, e niente le poteva accadere.

Rimase a guardarla, e mille domande affollavano la sua mente: che fare? Che ne sarebbe stato di loro? Che avevano combinato? Come facevano a mantenere un bambino?

Lui di certo non poteva farcela, si toglieva già il mangiare dalla bocca per darlo ai suoi fratellini ed un’altra creatura avrebbe solo aggravato la situazione, e poi il Brasile non è un paese ricco, cosa poteva dare a suo figlio? solo fame ed una vita di stenti.

Certo che no, la sua attuale situazione non permetteva un figlio, assolutamente no!

Forse Sabrina, lei è figlia unica e la sua famiglia può permettersi di sfamare un'altra bocca, così lui avrebbe finito l'università e sarebbe andato a lavorare come ingegnere da suo zio, ma i genitori di lei come l'avrebbero presa? E se poi lui non fosse riuscito a laurearsi?

Doveva abortire, era l'unica soluzione, magari in un futuro, se si fossero sposati, avrebbero avuto dei figli, ma ora era solo un disastro.

Sabrina sapeva questo, ne avevano già parlato appena appresa la notizia, ma un passo come quello dell'aborto è grande e pieno di responsabilità e nessuno dei due aveva ancora preso in seria considerazione l'ipotesi, ma adesso lui era deciso, gliene avrebbe parlato appena giunti a casa, per ora era meglio riposare. La guardò dormire, era un angelo, serena e felice, sembrava quasi non sapesse di portare in grembo quella vita, le diede un bacio sulla fronte e le poggiò la mano nel ventre, così, accanto al suo amore si addormentò...

... si svegliò avvolto da una luce bianca, era tutto così ovattato, riscaldato da un sole che non riscalda, aprì gli occhi e si ritrovò in un deserto dalla sabbia chiara e davanti aveva un bambino:

"Chi sei." Chiese José.

"Che importanza ha? Sono e non sono, vivo e non vivo, esisto ma non mi vedi."

José rimase perplesso, poi si alzò scrollandosi la sabbia di dosso:

"Bene, io vado."

"Aspetta, porta questa con te."

Il bambino gli diede una vecchia scatola di scarpe, di una marca ormai uscita dal mercato da tempo.

"E che ci devo fare?"

"Lo scoprirai, ciao."

E scappò cantando:

La pioggia riempie i campi

e nessun uccello vola più nel cielo

i pesci nuotano allegri

senza mamma né papà

Lo vide scomparire in quella strana luce bianca, fra le mani stringeva la vecchia scatola di scarpe dalla quale usciva uno strano tanfo d'antico.

Ad un tratto si ritrovò catapultato in una sala operatoria, c'era una gran folla, vide un gran numero di dottori muoversi attorno ad un tavolo centrale, facevano un gran rumore e sembravano molto preoccupati, si avvicinò al paziente per capire quale operazione stesse subendo ma arrivatogli vicino riconobbe in quel corpo quello di sua madre, era distesa a gambe divaricate ed aveva il viso contorto dal dolore, stava partorendo, José lo capì, e capì anche che stava per partorire la sua ultima bambina, quella che le sarebbe costata la vita, la piccola Nadia.

Sì, sua madre morì subito dopo il parto, quello era il quarto figlio e portò avanti la gravidanza distrutta dal dolore per la perdita del marito avvenuta subito dopo esser rimasta incinta, nove mesi difficili, tre figli una casa da mandare avanti ed un lutto.

José si era trovato improvvisamente solo, a vent'anni, con tre fratellini ed una grande responsabilità sulle spalle.

"Passa la palla!"

José tirò la palla a Miguel, un amichetto che incontrava ogni mattina al parco. La madre lo portava lì a giocare, in un grande parco verde pieno di alberi e giostre.

Fu un breve flashback, poche immagini e pochi suoni. Poi si ritrovò a scuola, era l'ultimo anno di liceo e lui stava stringendo la mano a Sabrina che stava seduta nel banco davanti al suo:

"Questi sono gli ultimi giorni. José io ho paura, credo che poi non ci rivedremo più."

"Non ti preoccupare, io starò sempre con te, resterò al tuo fianco fino alla fine dei tempi."

"Bravo piccolo, bravo, vedi che quando sei in braccio al nonno non piangi più? Tu sì che sei un ometto forte."

Si ritrovò neonato, in braccio al suo nonno materno, lo stava coccolando e proteggendo, poteva sentire la sua felicità nell'esser nonno.

Vuoto.........

Un vecchietto aspetta seduto su una poltrona, una porta si apre, entrano un uomo e una donna, e al loro seguito tre bambini che si fiondano sull'anziano gridando:

"Nonno José."

C’è un prato in fiore, e sopra è disteso José, osserva l'erba, la odora, la mastica, vede il cielo e le nuvole pascolarvi leggiadre, fissa per un po' il sole, ma la sua luce lo abbaglia, chiude gli occhi ed ascolta il canto degli uccelli e l'abbaiare di un cane lontano, il vento caldo del nord accarezza il suo viso e pensa che vivere è splendido, che mille giorni di sofferenze vengono appagati da una mattina di primavera e che a casa lo aspetta la sua futura Sabrina dagli occhi verdi.

Buio... vede accendersi una tiepida luce, è a casa sua, nei letti vede dormire suo padre, sua madre ed i suoi due fratellini, sul tavolo in legno scheggiato giace la scatola che gli diede il bambino nel deserto, si avvicina, la prende in mano, la apre...

... una scossa fece sbattere la testa di José contro il vetro del pullman, aprì subito gli occhi e si rivide accanto a Sabrina, fuori era l'alba e gli amici dormivano, il cielo era vestito da un'immensa sfumatura di colore e qualche casa restava persa nella campagna con le luci dei cortili ancora accese, notò che la sua mano era ancora sul ventre di lei mentre l'autobus, lentamente, continuava a scendere a valle.

 

 

CAPO

 

"... e se anche fosse domani... cosa cambierebbe? Può un nuovo giorno alleviare la mia pena?

No, non può.

Può solo allungare, ingrandire, aggiungere un altro strato al mio dolore.

Potrà solo farmi svegliare con la convinzione che tutto questo sia solo un sogno, che tutta la mia vita sia stata solo un sogno, che tutto potrà ricominciare con semplicità, come se nulla fosse mai accaduto...

... ma invece...

E tu mare, che guardi? Lo sento, sai? sento il tuo freddo ridermi addosso, ti sento, divertito a vedermi penare...

maledetto!... tu che stai là, con la tua grande massa grigia a vederci soffrire e sognare, tu, che mi portasti via un marito, che lo inghiottisti in una fredda alba d'autunno, ridandomi il suo corpo dopo una settimana... perché? Non ti bastava averci fatto poveri? Non ti bastava essere avaro di pesci? Dovevi proprio portartelo via?

Perché... perché...

Quante volte ci hai visti felici? Quante volte l'hai visto partire con la sua barca? Quante volte mi hai vista salutarlo ed aspettarlo? Tu lo sapevi, sapevi tutto e benissimo.

E tu, isola maledetta! Solo sassi e polvere, tu che hai ucciso i miei due bambini!

Me li hai portati via, li hai fatti spegnere di fronte ai miei occhi, morire di lento morbo, loro erano innocenti, loro non sapevano di che pasta È fatto il mondo, loro...

... loro aspettavano il padre, lo chiamavano affannati, loro...

... erano i miei figli, erano la mia unica ragione di vita, perché?...

perché?

... perché tu Dio mi stai facendo questo? Perché devo portare sulle mie spalle una croce più grande di quella di tuo figlio?

Dio mio dimmi il perché...?

Una parte della mia vita è stata un fallimento, un'altra parte è passata troppo in fretta, ed adesso mi ritrovo qui, sola a piangere tre tombe, tre fredde lapidi poste a guardare il mare, quel mare che tanto amavano.

Sono divenuta moglie, madre e vedova troppo in fretta, ma ho solo ventisette anni, come...

... e da questo arido scoglio non posso fuggire, dove posso andare? Che troverò mai là fuori?

Ma non posso neanche rimanere qui a Fogo, che mi può dare il futuro? Ho già perso i miei cari... sono sola... devo perdere anche quello che mi resta?

Ma cosa mi resta?

Che mi ha lasciato la vita... tre tombe ed una casa fredda e vuota, cosa ho lasciato alla mia vita...

Partirò, venderò tutto e partirò... andrò via dal mio dolore, cercherò altrove cancellando questa isola, lasciando solo il ricordo dei miei cari...

Domani... sì, forse domani, prenderò il necessario e scapperò in Europa, là potrò ricominciare, domani... sì, forse domani...

... e se anche fosse domani... cosa cambierebbe? Può un nuovo giorno alleviare la mia pena?

No, non può.

Può solo allungare, ingrandire, aggiungere un altro strato al mio dolore.

Potrà solo farmi svegliare con la convinzione che tutto questo sia solo un sogno, che tutta la mia vita sia stata solo un sogno, che tutto potrà ricominciare con semplicità, come se nulla fosse mai accaduto..."

 

 

MARKET

 

"Mi scusi!"

"!?!"

"Ma se si sposta facciamo prima."

"Ah! sì! mi scusi, prego"

Bloccato in un ingorgo di carrelli del supermercato, mi ritrovo stanco e con lo stomaco distrutto da un cavolo di cornetto alla crema, e tutt'intorno, un gruppo di vecchie artereosclerotiche che sfoderano la loro tecnica per poter sbloccare quelle ferraglie.

Cinque carrelli incastrati davanti al reparto salumi.

"Giovanotto, forse dovrebbe andare un po' indietro!"

credo ce l'abbia con me.

"No, guardi, questi corridoi sono fatti per far passare due carrelli alla volta." si inserisce la vecchietta pratica del luogo.

Finalmente riesco a liberarmi e trovo rifugio nel reparto pasta, felice e contento inizio a districarmi tra i centinaia di tagli diversi del maccherone: lungo, corto, rigato, liscio, 15, 8, spaghettino, spaghettello, capello d'angelo, pennette, pennette 25, rigatoni... all'improvviso assisto alla ribellione del pangrattato, vedo la gran catasta di sacchettini gettarsi giù dallo scaffale, alcuni muoiono all'istante toccando terra con un tonfo sordo, altri resistono eroicamente compiendo una serie di capriole e giravolte degne del miglior film d'azione, ma anche loro vanno dritti verso il "Paradiso della Semola", una valle fantastica, dove strade di crusca bruciano sotto un sole di pane pugliese e dove fiumi di grissini si fanno accarezzare da placide zattere di creakers.

– Gesto eroico – penso.

Mi chino a raccoglierli per rimetterli al loro posto, intralciano il traffico e comunque mi sembra doveroso sistemarli.

Riportati i superstiti a casa, mi rialzo per continuare la mia caccia allo spaghetto, ma appena girato, odo il rumore di una valanga, e rivedo i sacchettini di pangrattato gettarsi come kamikaze nel vuoto, questa volta decido di lasciarli al loro triste destino.

Finalmente posso pagare.

Mentre aspetto il mio turno alla cassa, vedo curiose vecchiette che con occhio esperto esaminano il pesce surgelato, hanno tutto l'aspetto di essere delle professioniste, lo guardano, lo analizzano, fanno facce non convinte, proprio come se fossero di fronte a del pesce fresco, e nel mentre vedo una povera aragosta cellofanata e messa accanto a pacchi di seppioline, gamberetti e fritture miste, mi chiede aiuto, ma resto impotente.

Lo lascio lì, freddo cadavere avvolto in un sacco da obitorio, circondato da altre carcasse senza nome né più storia.

Tristezza.

Finalmente, finita la spesa, posso tornare a casa. Mi incammino, mi immetto nella via principale, la attraverso, e mi fermo a pensare sull'isola pedonale, cioè non che sto pensando a come sia utile l'isola pedonale, voglio dire che appena mi ci sono trovato sopra mi sono fermato a pensare.

Stamattina mi ha accolto un cielo nuvoloso, grosse nubi sopra la mia testa che facevano presagire pioggia.

Uscito dalla cuccetta del mio treno, ho iniziato a prepararmi per scendere.

Rito monotono quello dell'arrivo, prima bisogna vestirsi, poi si va in bagno ed infine si scende lo zaino e lo si mette davanti all'uscita, fatto questo ci si può rilassare guardando il panorama.

Fuori, l'aria, è proprio fresca, sarà perché‚ sono solo le sette del mattino o forse perché‚ dentro il treno l'aria è pesante ed il caldo ti soffoca.

Più avanti il semaforo è rosso, il treno inizia a rallentare.

Sento un forte odore che toglie il respiro, siamo circondati da delle fabbriche che spargono i loro scarichi nell'aria circostante mandando a quel paese le norme che credono di salvaguardare la natura e la salute del cittadino. Nel frattempo ci siamo fermati, ed il mio vagone si è venuto a trovare proprio sotto un piccolo ponte ad arco, o meglio, solo una piccola parte del vagone ci si è trovato sotto, ed io sono in quella parte.

Fuori, la puzza, rende il respiro pesante, e gli occhi provano un certo formicolio, però c'è un bel silenzio, e quando si viaggia in treno le pause di silenzio delle fermate sono le cose che vengono più apprezzate.

Abbasso lo sguardo, un gesto simile a mille altri, ma questa volta ho una piccola sorpresa, o meglio, lì ad aspettarmi trovo qualcosa che mi dà di che riflettere.

Vedo la carcassa di un cane, buttata di fianco al treno, sta lì, intatta, immobile, irrealmente assente, non è stata lacerata dall'impatto, si vede che il colpo è stato di striscio o forse, la locomotiva si stava fermando come in quest’occasione, ha solo il pelo un po' arruffato e poi è gonfio, sicuramente sarà lì da almeno due giorni.

Non ho provato pena per quel bastardino, in fin dei conti questa è la vita. Più che altro, sono rimasto uno spettatore silenzioso e stupefatto.

Ero l'unico del treno a vivere quella scena, solo io mi trovavo sotto quel ponte con sotto quell'involucro duro e freddo.

Un cane che chissà per quale motivo era venuto a passare proprio in quel momento, mentre il treno stava solo rispettando il suo orario.

Qualcuno sta ancora dormendo, altri chiacchierano, altri si preparano a scendere.

Silenzioso, il treno riparte e lui resta lì, fra qualche giorno sparirà divorato dai vermi e nessuno saprà mai che un cane è morto sotto un ponte della strada ferrata, e forse qualche padroncino lo sta cercando ed aspetta che ritorni da un momento all'altro per abbaiare e scodinzolare solo per lui.

Ma questa, amici, è la vita, grande circo e spettacolo!!

Che ci volete fare? possiamo solo attraversare la strada e sperare che nessun'auto ci venga addosso.

Perché‚ questa è la vita, suoni, luci, droghe ed alcool.

Già, rallegratevi, perché questa è la vita, e quando si stancheranno di noi, cambieranno canale preferendo la pubblicità.

 

TA’O

 

Seduto all'ombra del salice, il vecchio contemplava la campagna circostante, la raccolta del sorgo era finita da soli due giorni, ed era incredibile pensare che fino a poco tempo prima quelle terre erano dipinte dal rosso del cereale, lontano vedeva i monti del sud distorti dal forte caldo ed ai loro piedi una distesa di campi spogli, ormai più nessuno restava a lavorarli, si potevano solo vedere gruppi di bambini scalzi che correvano per le strade calde e polverose.

Il fisico asciutto ed abbronzato era pieno di rughe e visto così sembrava proprio un vecchio tronco contorno e spoglio reso lucido dal sudore. Restò ancora un po’ con gli occhi chiusi a contemplare il canto della natura, poi da una vecchia sacca marrone tirò fuori un Buddha in giada della grandezza di un pugno, lo osservò a lungo, come fosse la prima volta che lo vedesse, poi, con le sue unghia gialle, iniziò a percorrere tutte le fenditure e le linee del corpo, sembrava un gioco, o meglio, un gesto inconscio che faceva ogni volta che stringeva fra le mani quell'effigie.

Aveva otto anni quando gli regalarono quella statuetta.

Era in visita con suo padre al vecchio monastero sul monte

Chuntian, si trovavano lì di passaggio, al ritorno dal Sud.

Fu in una fredda mattina autunnale, il monte ancora dormiva, e la nebbia avvolgeva il monastero, il piccolo T'ao volle visitare di nascosto la struttura, sarebbero ripartiti a metà mattinata e lui non voleva lasciar perdere quest'occasione.

Il suo alloggio dava in un lungo corridoio, che, se percorso, portava al cortile interno dove i monaci recitavano le loro preghiere del mattino, andò silenzioso come un gatto, ma non trovò nessuno, forse avevano già finito.

Continuò la perlustrazione di quel luogo per lui così nuovo, il monastero era disseminato da piccole statue del Buddha e da altrettanti tempietti, e fu in uno di questi che ne vide uno.

Rimase nascosto dietro un albero e con un occhio sbirciava lo strano uomo, era un monaco che seduto nella consueta posizione del loto pregava assorto e non curante di nulla, aveva un abito bianco come la neve percorso trasversalmente da un lenzuolo color ocra, era completamente rasato in testa ed era un po’ in carne.

Sembrava non si fosse accorto del giovane spettatore, ma ad un tratto si alzò ed iniziò a fissarlo in modo strano.

"Mi scusi, l'ho disturbata!"

"No, ragazzo, per niente, come ti chiami."

"Mi chiamano T'ao."

"Ti sei forse perso?"

"No, sono qui di passaggio con mio padre, partiamo tra qualche ora."

"Dimmi, T'ao, sei un buon figlio?"

"Credo di sì, cioè ogni tanto lo faccio arrabbiare, ma spesso mi dice anche che sono un bravo figlio."

"Bene, vieni con me."

Si incamminarono percorrendo il perimetro dello stabile sino ad arrivare a delle baracche che davano nel lato Ovest del monastero, entrarono e vide altri monaci che in silenzio erano indaffarati a fare qualcosa che non gli fu subito chiara.

"Vedi, questa è la nostra bottega, qui i miei fratelli creano degli oggetti che poi vendiamo per le strade della città a valle... seguimi."

Lo portò in un angolo dove era posizionato un tavolo coperto da un pezzo di stoffa grigia, la afferrò al centro e l'alzò con sicurezza mostrando una serie di oggetti color verde smeraldo, guardò meglio e riconobbe delle statuette raffiguranti il Santo Buddha in varie posizioni.

"E' giada, questi li ho fatti io."

"Sono bellissimi, lei è un artista."

T'ao guardava stupito quelle piccole effigi ricche di particolari e di fascino, aveva sempre sentito parlare della giada ma questa era la prima volta che ne vedeva un oggetto.

"Ecco" il monaco prese un Buddha che era messo in una scatola insieme ad altri suoi simili, "questa è tua, prendi."

"No, ma io non posso, cosa dirà mio padre appena la vedrà! penserà che l'ho rubata"

"Non ti preoccupare, parlerò io con tuo padre, e poi vedrai che questa statuetta ti porterà fortuna."

Da quel giorno erano passati 68 anni, adesso tutto era così lontano, quasi dimenticato, sembrava non avesse avuto il tempo di pensare a quello strano incontro, era troppo preso a raccogliere il sorgo, già, il sorgo che in questi decenni gli aveva spaccato le mani e resa curva la schiena.

"Ti porterà fortuna." Disse quel mattino il monaco, e lui, da quel giorno, iniziò a pensare a quali immense ricchezze gli avrebbe donato quel pezzo di giada: oro, cariche pubbliche, terre, cavalli, e magari una bella moglie proveniente dalla capitale.

Ma mentre aspettava che la fortuna cadesse dal cielo si andava costruendo una vita, l'oro venne sostituito dal sorgo, le cariche pubbliche dal lavoro nei campi, le terre da sette ettari, i cavalli da due coppie di buoi e da un torello, e la moglie della capitale da una forte sposa proveniente da un villaggio non molto lontano dal suo.

Ed ora, a 76 anni, il vecchio T'ao iniziò a tirare le somme della sua vita.

Aveva aspettato la fortuna, e mentre lo faceva improvvisava giorno dopo giorno, aspettava di iniziare a vivere mentre ora si trovava con una vita vissuta alle spalle.

"E' molto strano." Disse accennando un sorriso.

Si rendeva conto solo adesso che la fortuna in tutto questo tempo, aveva messo radici e dato i suoi frutti, era arrivato a 76 anni sano e salvo, aveva una famiglia numerosa, una lunga discendenza che avrebbe tramandato il suo cognome, una moglie che aveva amato più della sua stessa vita e dei possedimenti che si era guadagnato onestamente e col sudore della fronte.

Il suo corpo era abbattuto sul salice, sulle sue spalle sentiva come un peso, sentiva la sua storia, ed era felice.

Durante la sua vita vide morire chi gli stava accanto, prima i fratelli, poi gli amici, sua madre, dei conoscenti, suo padre, ancora altri amici, ancora altri conoscenti, e si era sempre chiesto come mai lui fosse ancora in piedi, perché‚ tutti cadevano come frutti maturi mentre lui restava ancora sul ramo, cosa aveva lui in più degli altri?

Ricordò come in guerra si era trovato in prima linea.

Le bombe cadevano alzando grandi nubi di polvere e le schegge venivano scagliate ovunque, una pioggia di munizioni cadeva sulla sua testa, le urla dei feriti si confondevano fra il fragore delle esplosioni ed i fischi dei proiettili, e mentre correva col fucile stretto fra le mani vedeva cadere chi gli stava accanto.

La morte l'avrebbe potuto colpire mille volte, ma non lo fece.

Intorno, anonimi volti si contorcevano dal dolore e si accasciavano a terra, lui invece continuava a correre diretto verso la vita.

E la vita l'aveva portato sotto quell'albero, e quel Buddha sembrò sorridergli come non mai.

"Nonno T'ao, nonno T'ao!" un giovane con una lunga veste rossa e nera correva verso il salice.

"Ah! giovane nipote Yuan, sono qua."

"Finalmente ti ho trovato, ho fatto una bella corsa per cercarti."

"Lo vedo, sei tutto accaldato, siediti a riposarti vicino al tuo vecchio nonno."

I due non si dissero nulla per circa dieci minuti, fra quei due corpi si poteva notare tutto il salto di due generazioni, l'uno indossava solo dei calzoni corti ed un cappello in paglia, aveva la pelle color rame e lo sguardo che guardava sempre lontano, l'altro aveva pelle bianca e vellutata avvolta in un fine vestito nuovo ed il suo sguardo si muoveva frettoloso in tutte le direzioni osservando tutto cercando di carpirne gli oscuri segreti.

"Dimmi Yuan."

"Si nonno?"

"Sei un buon figlio."

Rimase lì per lì scosso. "Non so, papà non è contento che io faccia l'università, dice che farei meglio ad andare a guadagnarmi il pane nei campi come fa lui ed il resto della famiglia, dice che per noi si è spaccato le ossa e tutti dovremmo seguire il suo esempio."

"Aah! l'unica cosa di cui lui ha bisogno è una serie di calci dal suo vecchio, così glielo faccio vedere io cosa vuol dire spaccarsi qualcosa, tuo padre non ha mai voluto far nulla ed ora se ne esce con queste balle da capofamiglia!"

Yuan rise, ed il vecchio continuò:

"C'è chi nasce per coltivare i campi e chi per tirare i conti,un letterato in famiglia serve come un contadino e se tu vuoi dare una svolta alla tua vita ed a quella della famiglia che ben venga, che si crede che da qui sino alle prossime generazioni dobbiamo passare l'esistenza a coltivare il sorgo? E poi, non è mica una tradizione, ma appena lo vedo mi sentirà!"

Yuan continuava a ridere.

"Sai figliolo, tu mi ricordi molto me da giovane, abbiamo lo stesso sguardo e la stessa grinta."

"Sì, lo so nonno."

"Nella mia vita ho tanto viaggiato, ho conosciuto tutte le regioni della Cina e della Corea, con mio padre, per cercar fortuna, per il servizio militare, per la guerra, per inseguire tua Nonna, per affari, per i figli e per tanti altri motivi, ed ogni volta mi chiedevo a cosa servisse, no che non mi piacesse ma... perché!?!

Ora ho capito, nella vita non facciamo altro che prepararci per il viaggio più importante, quello che ci porterà tutti alle fonti del Fiume Giallo."

"Non dire così, non mi va che parli di queste cose."

"Tu sei ancora giovane e passi il tuo tempo a correr dietro alle ragazze, ma più si va avanti con l'età più ci si prepara al grande viaggio, ed ora tutto mi è più chiaro."

Adesso Yuan guardava a terra con il viso pensieroso.

"Tieni."

"Cos'è?"

"E' una statuetta del Santo Buddha, prendila, te la regalo, tu sei il mio futuro, in te scorre il mio sangue, e tutto quello che ho fatto l'hai fatto anche tu."

Prese le mani del nipote e gli mise la statua, poi le chiuse e sorridendo lo guardò negli occhi:

"Ti porterà fortuna come ne ha portata a me, ed in un qualsiasi futuro, quando tu avrai preso il mio posto, donala a tuo nipote dicendo che gliela regala il Nonno."

 

 

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Diego Lazzarich