Luciano
Zaami
BRAZIL
"Allora
si va..."
"Sì, si
va, merda chi se ne pente!"
"L'ultimo
che arriva offre il caffè a tutti."
"Se, col
cavolo, io e Pedro perdiamo di sicuro, partecipiamo
solo per
spirito sportivo."
"Ok, ho
capito, chi arriva arriva, andiamo tocchiamo il palo e
ritorno,
ok?"
"Ok!"
"Va
bene."
"Bene...
pronti, partenza VIA!"
I quattro
ragazzi iniziarono così a correre a piedi scalzi per la strada deserta, erano
le due di notte e per la via principale di quel piccolo paese non passava più
nessuno, né una macchina né un uomo, e loro correvano per lasciarsi dietro
quell’estate così intensa, quei mesi trascorsi insieme, a celebrare l'inverno
della loro giovinezza, ognuno corse più forte che poteva, ognuno per le proprie
capacità, ognuno vincitore della sua gara.
"Cavolo,
non pensavo facesse così male."
"A chi
lo dici, c'è stato un punto dove i piedi hanno iniziato a sbattermi
sull'asfalto, non sentivo più nulla."
"Anch'io,
è stato alla fine della discesa, vero?"
Adesso
riposavano i piedi immergendoli nella grande vasca di un abbeveratoio.
Era una
costruzione in vecchia pietra gialla dalla quale un tubo sputava un filo di
acqua freschissima, nel silenzio della notte lo scoppiettante rumore del flusso
sembrava il grande boato sella foce del Rio delle Amazzoni, erano seduti proprio
sul bordo, circondati da un appezzamento di terra incolta chiusa da
un'inferriata scavalcata per l'occasione, erano stanchi ma felici, avevano fatto
molta strada, sofferto il caldo e la stanchezza, ma finalmente erano arrivati al
capolinea.
"Bella
nottata, vero?"
"Sì, ma
fa un freddo cane qui in montagna, io inizio ad asciugarmi i piedi."
"Vai che
ti seguo... hei! Ma chi c'è là sotto?"
"Chi
sei!" Gridò forte Fernando.
"Sono
io, scemi, che vi credevate?"
"José,
è quella pazza della tua ragazza."
"Sì, ho
visto." Aspettò che si avvicinasse, poi le chiese:
"Che ci
sei venuta a fare qui?"
"Devo
riempire le borracce, o volete ripartire senza un goccio d'acqua?" detto
questo gettò un po' d'acqua addosso ai ragazzi.
"Hei, è
gelata! Stai un po' ferma."
Improvvisamente
scoppiò una guerra d'acqua gelata dove nulla e nessuno furono risparmiati.
José restava
in disparte ad osservare gli altri scherzare.
Pedro
sbatteva i piedi alzando una gran quantità di acqua, Sabrina si faceva scudo
con una bacinella mentre Fernando e Cesare rispondevano bagnando gli amici dalla
testa ai piedi.
"Cavolo,
adesso tocca di andarci a cambiare."
"Il
problema è quello di far asciugare i panni."
José guardò
divertito tutta la scena, poi osservò Sabrina, e ne ripassò le forme perfette.
Ammirò i
capelli castani avvolti in piccoli riccioli, i suoi grandi occhi verdi, la bocca
larga che si stirava mostrando un sorriso abbagliante, il collo pulito, lungo,
quasi la colonna di un tempio greco, i seni sodi, della giusta grandezza, non
troppo volgari ma neanche troppo piccoli, erano come due grosse arance che
aspettavano solo di esser colte, poi i suoi fianchi, stretti, così stretti che
spesso lui restava meravigliato nel vederla mangiare in abbondanza senza veder
poi crescere un fil di grasso, e la sua pancia, piatta come un muro, una pianura
dove incontravi un gran pozzo dal nome ombelico, si soffermò a fissarle quella
pancia, la guardò bene, in ogni suo più piccolo movimento, e si meravigliò
chiedendosi come quella tavola si sarebbe potuta ingrossare come un frutto da l
a nove mesi, sì, perché Sabrina era rimasta incinta, e lui questo lo sapeva
bene, perché era il padre di quella futura vita. Fu un errore, di certo non era
previsto, fu il frutto di una grande passione, una passione che si spinse troppo
in là, fuggendo da ogni controllo, un amore molto grande ma non ancora
abbastanza pronto ad un evento del genere, e chi lo sarebbe stato?
Lui, José,
25 anni, orfano e con tre fratellini da mantenere, pochi esami alla laurea in
Ingegneria ed un lavoro assicurato promessogli da uno zio.
Lei, Sabrina,
22 anni, di famiglia benestante che non approvava quella relazione.
Si capiva
subito che la situazione andava affrontata con grande responsabilità, ma tutto
arrivò troppo in fretta la notizia gli crollò addosso come una doccia di acqua
gelata, decisero così di pensarci dopo le vacanze, di parlarne a mente fresca,
alla fine di quella lunga estate.
Avrebbero
deciso, dirlo ai genitori di lei o nascondere tutto, ma soprattutto, abortire o
non abortire.
Un brivido
percorse la schiena di José:
"Hei!
ferma, non mettermi l'acqua nella maglietta."
"E tu
non stare qui da parte come un bacchettone, cosa c'è, qualcosa non va?"
"No,
sono solo un po' stanco, tutto qui."
"Già,
è tardi, ma dobbiamo fare ancora un piccolo sforzo, la corriera passerà alle
quattro e mezza, manca meno di un’ora."
"Sì, ma
non è possibile che l'unico mezzo che ci porti in città passi solo
all'alba!"
"Che ci
vuoi fare? E' il progresso che avanza." Detto questo, si baciarono.
Ebbero giusto
il tempo di raggiungere gli altri, di cambiarsi e di chiudere gli zaini che si
fecero già le quattro e mezza.
L'autobus
arrivò puntuale, sistemarono i bagagli e salirono.
Finalmente
potevano riposarsi, c'erano cinque ore di viaggio che potevano essere pienamente
sfruttate dormendo e tutti i ragazzi, chi prima, chi dopo, crollarono sotto la
furia del sonno. José li guardava dormire, era buffo vederli tutti in quello
stato, anche Sabrina era nello stesso stato, ma lei stava abbracciata al suo
uomo, e niente le poteva accadere.
Rimase a
guardarla, e mille domande affollavano la sua mente: che fare? Che ne sarebbe
stato di loro? Che avevano combinato? Come facevano a mantenere un bambino?
Lui di certo
non poteva farcela, si toglieva già il mangiare dalla bocca per darlo ai suoi
fratellini ed un’altra creatura avrebbe solo aggravato la situazione, e poi il
Brasile non è un paese ricco, cosa poteva dare a suo figlio? solo fame ed una
vita di stenti.
Certo che no,
la sua attuale situazione non permetteva un figlio, assolutamente no!
Forse
Sabrina, lei è figlia unica e la sua famiglia può permettersi di sfamare
un'altra bocca, così lui avrebbe finito l'università e sarebbe andato a
lavorare come ingegnere da suo zio, ma i genitori di lei come l'avrebbero presa?
E se poi lui non fosse riuscito a laurearsi?
Doveva
abortire, era l'unica soluzione, magari in un futuro, se si fossero sposati,
avrebbero avuto dei figli, ma ora era solo un disastro.
Sabrina
sapeva questo, ne avevano già parlato appena appresa la notizia, ma un passo
come quello dell'aborto è grande e pieno di responsabilità e nessuno dei due
aveva ancora preso in seria considerazione l'ipotesi, ma adesso lui era deciso,
gliene avrebbe parlato appena giunti a casa, per ora era meglio riposare. La
guardò dormire, era un angelo, serena e felice, sembrava quasi non sapesse di
portare in grembo quella vita, le diede un bacio sulla fronte e le poggiò la
mano nel ventre, così, accanto al suo amore si addormentò...
... si
svegliò avvolto da una luce bianca, era tutto così ovattato, riscaldato da un
sole che non riscalda, aprì gli occhi e si ritrovò in un deserto dalla sabbia
chiara e davanti aveva un bambino:
"Chi
sei." Chiese José.
"Che
importanza ha? Sono e non sono, vivo e non vivo, esisto ma non mi vedi."
José rimase
perplesso, poi si alzò scrollandosi la sabbia di dosso:
"Bene,
io vado."
"Aspetta,
porta questa con te."
Il bambino
gli diede una vecchia scatola di scarpe, di una marca ormai uscita dal mercato
da tempo.
"E che
ci devo fare?"
"Lo
scoprirai, ciao."
E scappò
cantando:
La pioggia
riempie i campi
e nessun
uccello vola più nel cielo
i pesci
nuotano allegri
senza mamma
né papà
Lo vide
scomparire in quella strana luce bianca, fra le mani stringeva la vecchia
scatola di scarpe dalla quale usciva uno strano tanfo d'antico.
Ad un tratto
si ritrovò catapultato in una sala operatoria, c'era una gran folla, vide un
gran numero di dottori muoversi attorno ad un tavolo centrale, facevano un gran
rumore e sembravano molto preoccupati, si avvicinò al paziente per capire quale
operazione stesse subendo ma arrivatogli vicino riconobbe in quel corpo quello
di sua madre, era distesa a gambe divaricate ed aveva il viso contorto dal
dolore, stava partorendo, José lo capì, e capì anche che stava per partorire
la sua ultima bambina, quella che le sarebbe costata la vita, la piccola Nadia.
Sì, sua
madre morì subito dopo il parto, quello era il quarto figlio e portò avanti la
gravidanza distrutta dal dolore per la perdita del marito avvenuta subito dopo
esser rimasta incinta, nove mesi difficili, tre figli una casa da mandare avanti
ed un lutto.
José si era
trovato improvvisamente solo, a vent'anni, con tre fratellini ed una grande
responsabilità sulle spalle.
"Passa
la palla!"
José tirò
la palla a Miguel, un amichetto che incontrava ogni mattina al parco. La madre
lo portava lì a giocare, in un grande parco verde pieno di alberi e giostre.
Fu un breve
flashback, poche immagini e pochi suoni. Poi si ritrovò a scuola, era l'ultimo
anno di liceo e lui stava stringendo la mano a Sabrina che stava seduta nel
banco davanti al suo:
"Questi
sono gli ultimi giorni. José io ho paura, credo che poi non ci rivedremo
più."
"Non ti
preoccupare, io starò sempre con te, resterò al tuo fianco fino alla fine dei
tempi."
"Bravo
piccolo, bravo, vedi che quando sei in braccio al nonno non piangi più? Tu sì
che sei un ometto forte."
Si ritrovò
neonato, in braccio al suo nonno materno, lo stava coccolando e proteggendo,
poteva sentire la sua felicità nell'esser nonno.
Vuoto.........
Un vecchietto
aspetta seduto su una poltrona, una porta si apre, entrano un uomo e una donna,
e al loro seguito tre bambini che si fiondano sull'anziano gridando:
"Nonno
José."
C’è un
prato in fiore, e sopra è disteso José, osserva l'erba, la odora, la mastica,
vede il cielo e le nuvole pascolarvi leggiadre, fissa per un po' il sole, ma la
sua luce lo abbaglia, chiude gli occhi ed ascolta il canto degli uccelli e
l'abbaiare di un cane lontano, il vento caldo del nord accarezza il suo viso e
pensa che vivere è splendido, che mille giorni di sofferenze vengono appagati
da una mattina di primavera e che a casa lo aspetta la sua futura Sabrina dagli
occhi verdi.
Buio... vede
accendersi una tiepida luce, è a casa sua, nei letti vede dormire suo padre,
sua madre ed i suoi due fratellini, sul tavolo in legno scheggiato giace la
scatola che gli diede il bambino nel deserto, si avvicina, la prende in mano, la
apre...
... una
scossa fece sbattere la testa di José contro il vetro del pullman, aprì subito
gli occhi e si rivide accanto a Sabrina, fuori era l'alba e gli amici dormivano,
il cielo era vestito da un'immensa sfumatura di colore e qualche casa restava
persa nella campagna con le luci dei cortili ancora accese, notò che la sua
mano era ancora sul ventre di lei mentre l'autobus, lentamente, continuava a
scendere a valle.
CAPO
"... e
se anche fosse domani... cosa cambierebbe? Può un nuovo giorno alleviare la mia
pena?
No, non può.
Può solo
allungare, ingrandire, aggiungere un altro strato al mio dolore.
Potrà solo
farmi svegliare con la convinzione che tutto questo sia solo un sogno, che tutta
la mia vita sia stata solo un sogno, che tutto potrà ricominciare con
semplicità, come se nulla fosse mai accaduto...
... ma
invece...
E tu mare,
che guardi? Lo sento, sai? sento il tuo freddo ridermi addosso, ti sento,
divertito a vedermi penare...
maledetto!...
tu che stai là, con la tua grande massa grigia a vederci soffrire e sognare,
tu, che mi portasti via un marito, che lo inghiottisti in una fredda alba
d'autunno, ridandomi il suo corpo dopo una settimana... perché? Non ti bastava
averci fatto poveri? Non ti bastava essere avaro di pesci? Dovevi proprio
portartelo via?
Perché...
perché...
Quante volte
ci hai visti felici? Quante volte l'hai visto partire con la sua barca? Quante
volte mi hai vista salutarlo ed aspettarlo? Tu lo sapevi, sapevi tutto e
benissimo.
E tu, isola
maledetta! Solo sassi e polvere, tu che hai ucciso i miei due bambini!
Me li hai
portati via, li hai fatti spegnere di fronte ai miei occhi, morire di lento
morbo, loro erano innocenti, loro non sapevano di che pasta È fatto il mondo,
loro...
... loro
aspettavano il padre, lo chiamavano affannati, loro...
... erano i
miei figli, erano la mia unica ragione di vita, perché?...
perché?
... perché
tu Dio mi stai facendo questo? Perché devo portare sulle mie spalle una croce
più grande di quella di tuo figlio?
Dio mio dimmi
il perché...?
Una parte
della mia vita è stata un fallimento, un'altra parte è passata troppo in
fretta, ed adesso mi ritrovo qui, sola a piangere tre tombe, tre fredde lapidi
poste a guardare il mare, quel mare che tanto amavano.
Sono divenuta
moglie, madre e vedova troppo in fretta, ma ho solo ventisette anni, come...
... e da
questo arido scoglio non posso fuggire, dove posso andare? Che troverò mai là
fuori?
Ma non posso
neanche rimanere qui a Fogo, che mi può dare il futuro? Ho già perso i miei
cari... sono sola... devo perdere anche quello che mi resta?
Ma cosa mi
resta?
Che mi ha
lasciato la vita... tre tombe ed una casa fredda e vuota, cosa ho lasciato alla
mia vita...
Partirò,
venderò tutto e partirò... andrò via dal mio dolore, cercherò altrove
cancellando questa isola, lasciando solo il ricordo dei miei cari...
Domani...
sì, forse domani, prenderò il necessario e scapperò in Europa, là potrò
ricominciare, domani... sì, forse domani...
... e se
anche fosse domani... cosa cambierebbe? Può un nuovo giorno alleviare la mia
pena?
No, non può.
Può solo
allungare, ingrandire, aggiungere un altro strato al mio dolore.
Potrà solo
farmi svegliare con la convinzione che tutto questo sia solo un sogno, che tutta
la mia vita sia stata solo un sogno, che tutto potrà ricominciare con
semplicità, come se nulla fosse mai accaduto..."
MARKET
"Mi
scusi!"
"!?!"
"Ma se
si sposta facciamo prima."
"Ah!
sì! mi scusi, prego"
Bloccato in
un ingorgo di carrelli del supermercato, mi ritrovo stanco e con lo stomaco
distrutto da un cavolo di cornetto alla crema, e tutt'intorno, un gruppo di
vecchie artereosclerotiche che sfoderano la loro tecnica per poter sbloccare
quelle ferraglie.
Cinque
carrelli incastrati davanti al reparto salumi.
"Giovanotto,
forse dovrebbe andare un po' indietro!"
credo ce
l'abbia con me.
"No,
guardi, questi corridoi sono fatti per far passare due carrelli alla
volta." si inserisce la vecchietta pratica del luogo.
Finalmente
riesco a liberarmi e trovo rifugio nel reparto pasta, felice e contento inizio a
districarmi tra i centinaia di tagli diversi del maccherone: lungo, corto,
rigato, liscio, 15, 8, spaghettino, spaghettello, capello d'angelo, pennette,
pennette 25, rigatoni... all'improvviso assisto alla ribellione del pangrattato,
vedo la gran catasta di sacchettini gettarsi giù dallo scaffale, alcuni muoiono
all'istante toccando terra con un tonfo sordo, altri resistono eroicamente
compiendo una serie di capriole e giravolte degne del miglior film d'azione, ma
anche loro vanno dritti verso il "Paradiso della Semola", una valle
fantastica, dove strade di crusca bruciano sotto un sole di pane pugliese e dove
fiumi di grissini si fanno accarezzare da placide zattere di creakers.
– Gesto
eroico – penso.
Mi chino a
raccoglierli per rimetterli al loro posto, intralciano il traffico e comunque mi
sembra doveroso sistemarli.
Riportati i
superstiti a casa, mi rialzo per continuare la mia caccia allo spaghetto, ma
appena girato, odo il rumore di una valanga, e rivedo i sacchettini di
pangrattato gettarsi come kamikaze nel vuoto, questa volta decido di lasciarli
al loro triste destino.
Finalmente
posso pagare.
Mentre
aspetto il mio turno alla cassa, vedo curiose vecchiette che con occhio esperto
esaminano il pesce surgelato, hanno tutto l'aspetto di essere delle
professioniste, lo guardano, lo analizzano, fanno facce non convinte, proprio
come se fossero di fronte a del pesce fresco, e nel mentre vedo una povera
aragosta cellofanata e messa accanto a pacchi di seppioline, gamberetti e
fritture miste, mi chiede aiuto, ma resto impotente.
Lo lascio
lì, freddo cadavere avvolto in un sacco da obitorio, circondato da altre
carcasse senza nome né più storia.
Tristezza.
Finalmente,
finita la spesa, posso tornare a casa. Mi incammino, mi immetto nella via
principale, la attraverso, e mi fermo a pensare sull'isola pedonale, cioè non
che sto pensando a come sia utile l'isola pedonale, voglio dire che appena mi ci
sono trovato sopra mi sono fermato a pensare.
Stamattina mi
ha accolto un cielo nuvoloso, grosse nubi sopra la mia testa che facevano
presagire pioggia.
Uscito dalla
cuccetta del mio treno, ho iniziato a prepararmi per scendere.
Rito monotono
quello dell'arrivo, prima bisogna vestirsi, poi si va in bagno ed infine si
scende lo zaino e lo si mette davanti all'uscita, fatto questo ci si può
rilassare guardando il panorama.
Fuori,
l'aria, è proprio fresca, sarà perché‚ sono solo le sette del mattino o
forse perché‚ dentro il treno l'aria è pesante ed il caldo ti soffoca.
Più avanti
il semaforo è rosso, il treno inizia a rallentare.
Sento un
forte odore che toglie il respiro, siamo circondati da delle fabbriche che
spargono i loro scarichi nell'aria circostante mandando a quel paese le norme
che credono di salvaguardare la natura e la salute del cittadino. Nel frattempo
ci siamo fermati, ed il mio vagone si è venuto a trovare proprio sotto un
piccolo ponte ad arco, o meglio, solo una piccola parte del vagone ci si è
trovato sotto, ed io sono in quella parte.
Fuori, la
puzza, rende il respiro pesante, e gli occhi provano un certo formicolio, però
c'è un bel silenzio, e quando si viaggia in treno le pause di silenzio delle
fermate sono le cose che vengono più apprezzate.
Abbasso lo
sguardo, un gesto simile a mille altri, ma questa volta ho una piccola sorpresa,
o meglio, lì ad aspettarmi trovo qualcosa che mi dà di che riflettere.
Vedo la
carcassa di un cane, buttata di fianco al treno, sta lì, intatta, immobile,
irrealmente assente, non è stata lacerata dall'impatto, si vede che il colpo è
stato di striscio o forse, la locomotiva si stava fermando come in quest’occasione,
ha solo il pelo un po' arruffato e poi è gonfio, sicuramente sarà lì da
almeno due giorni.
Non ho
provato pena per quel bastardino, in fin dei conti questa è la vita. Più che
altro, sono rimasto uno spettatore silenzioso e stupefatto.
Ero l'unico
del treno a vivere quella scena, solo io mi trovavo sotto quel ponte con sotto
quell'involucro duro e freddo.
Un cane che
chissà per quale motivo era venuto a passare proprio in quel momento, mentre il
treno stava solo rispettando il suo orario.
Qualcuno sta
ancora dormendo, altri chiacchierano, altri si preparano a scendere.
Silenzioso,
il treno riparte e lui resta lì, fra qualche giorno sparirà divorato dai vermi
e nessuno saprà mai che un cane è morto sotto un ponte della strada ferrata, e
forse qualche padroncino lo sta cercando ed aspetta che ritorni da un momento
all'altro per abbaiare e scodinzolare solo per lui.
Ma questa,
amici, è la vita, grande circo e spettacolo!!
Che ci volete
fare? possiamo solo attraversare la strada e sperare che nessun'auto ci venga
addosso.
Perché‚
questa è la vita, suoni, luci, droghe ed alcool.
Già,
rallegratevi, perché questa è la vita, e quando si stancheranno di noi,
cambieranno canale preferendo la pubblicità.
TA’O
Seduto
all'ombra del salice, il vecchio contemplava la campagna circostante, la
raccolta del sorgo era finita da soli due giorni, ed era incredibile pensare che
fino a poco tempo prima quelle terre erano dipinte dal rosso del cereale,
lontano vedeva i monti del sud distorti dal forte caldo ed ai loro piedi una
distesa di campi spogli, ormai più nessuno restava a lavorarli, si potevano
solo vedere gruppi di bambini scalzi che correvano per le strade calde e
polverose.
Il fisico
asciutto ed abbronzato era pieno di rughe e visto così sembrava proprio un
vecchio tronco contorno e spoglio reso lucido dal sudore. Restò ancora un po’
con gli occhi chiusi a contemplare il canto della natura, poi da una vecchia
sacca marrone tirò fuori un Buddha in giada della grandezza di un pugno, lo
osservò a lungo, come fosse la prima volta che lo vedesse, poi, con le sue
unghia gialle, iniziò a percorrere tutte le fenditure e le linee del corpo,
sembrava un gioco, o meglio, un gesto inconscio che faceva ogni volta che
stringeva fra le mani quell'effigie.
Aveva otto
anni quando gli regalarono quella statuetta.
Era in visita
con suo padre al vecchio monastero sul monte
Chuntian, si
trovavano lì di passaggio, al ritorno dal Sud.
Fu in una
fredda mattina autunnale, il monte ancora dormiva, e la nebbia avvolgeva il
monastero, il piccolo T'ao volle visitare di nascosto la struttura, sarebbero
ripartiti a metà mattinata e lui non voleva lasciar perdere quest'occasione.
Il suo
alloggio dava in un lungo corridoio, che, se percorso, portava al cortile
interno dove i monaci recitavano le loro preghiere del mattino, andò silenzioso
come un gatto, ma non trovò nessuno, forse avevano già finito.
Continuò la
perlustrazione di quel luogo per lui così nuovo, il monastero era disseminato
da piccole statue del Buddha e da altrettanti tempietti, e fu in uno di questi
che ne vide uno.
Rimase
nascosto dietro un albero e con un occhio sbirciava lo strano uomo, era un
monaco che seduto nella consueta posizione del loto pregava assorto e non
curante di nulla, aveva un abito bianco come la neve percorso trasversalmente da
un lenzuolo color ocra, era completamente rasato in testa ed era un po’ in
carne.
Sembrava non
si fosse accorto del giovane spettatore, ma ad un tratto si alzò ed iniziò a
fissarlo in modo strano.
"Mi
scusi, l'ho disturbata!"
"No,
ragazzo, per niente, come ti chiami."
"Mi
chiamano T'ao."
"Ti sei
forse perso?"
"No,
sono qui di passaggio con mio padre, partiamo tra qualche ora."
"Dimmi,
T'ao, sei un buon figlio?"
"Credo
di sì, cioè ogni tanto lo faccio arrabbiare, ma spesso mi dice anche che sono
un bravo figlio."
"Bene,
vieni con me."
Si
incamminarono percorrendo il perimetro dello stabile sino ad arrivare a delle
baracche che davano nel lato Ovest del monastero, entrarono e vide altri monaci
che in silenzio erano indaffarati a fare qualcosa che non gli fu subito chiara.
"Vedi,
questa è la nostra bottega, qui i miei fratelli creano degli oggetti che poi
vendiamo per le strade della città a valle... seguimi."
Lo portò in
un angolo dove era posizionato un tavolo coperto da un pezzo di stoffa grigia,
la afferrò al centro e l'alzò con sicurezza mostrando una serie di oggetti
color verde smeraldo, guardò meglio e riconobbe delle statuette raffiguranti il
Santo Buddha in varie posizioni.
"E'
giada, questi li ho fatti io."
"Sono
bellissimi, lei è un artista."
T'ao guardava
stupito quelle piccole effigi ricche di particolari e di fascino, aveva sempre
sentito parlare della giada ma questa era la prima volta che ne vedeva un
oggetto.
"Ecco"
il monaco prese un Buddha che era messo in una scatola insieme ad altri suoi
simili, "questa è tua, prendi."
"No, ma
io non posso, cosa dirà mio padre appena la vedrà! penserà che l'ho
rubata"
"Non ti
preoccupare, parlerò io con tuo padre, e poi vedrai che questa statuetta ti
porterà fortuna."
Da quel
giorno erano passati 68 anni, adesso tutto era così lontano, quasi dimenticato,
sembrava non avesse avuto il tempo di pensare a quello strano incontro, era
troppo preso a raccogliere il sorgo, già, il sorgo che in questi decenni gli
aveva spaccato le mani e resa curva la schiena.
"Ti
porterà fortuna." Disse quel mattino il monaco, e lui, da quel giorno,
iniziò a pensare a quali immense ricchezze gli avrebbe donato quel pezzo di
giada: oro, cariche pubbliche, terre, cavalli, e magari una bella moglie
proveniente dalla capitale.
Ma mentre
aspettava che la fortuna cadesse dal cielo si andava costruendo una vita, l'oro
venne sostituito dal sorgo, le cariche pubbliche dal lavoro nei campi, le terre
da sette ettari, i cavalli da due coppie di buoi e da un torello, e la moglie
della capitale da una forte sposa proveniente da un villaggio non molto lontano
dal suo.
Ed ora, a 76
anni, il vecchio T'ao iniziò a tirare le somme della sua vita.
Aveva
aspettato la fortuna, e mentre lo faceva improvvisava giorno dopo giorno,
aspettava di iniziare a vivere mentre ora si trovava con una vita vissuta alle
spalle.
"E'
molto strano." Disse accennando un sorriso.
Si rendeva
conto solo adesso che la fortuna in tutto questo tempo, aveva messo radici e
dato i suoi frutti, era arrivato a 76 anni sano e salvo, aveva una famiglia
numerosa, una lunga discendenza che avrebbe tramandato il suo cognome, una
moglie che aveva amato più della sua stessa vita e dei possedimenti che si era
guadagnato onestamente e col sudore della fronte.
Il suo corpo
era abbattuto sul salice, sulle sue spalle sentiva come un peso, sentiva la sua
storia, ed era felice.
Durante la
sua vita vide morire chi gli stava accanto, prima i fratelli, poi gli amici, sua
madre, dei conoscenti, suo padre, ancora altri amici, ancora altri conoscenti, e
si era sempre chiesto come mai lui fosse ancora in piedi, perché‚ tutti
cadevano come frutti maturi mentre lui restava ancora sul ramo, cosa aveva lui
in più degli altri?
Ricordò come
in guerra si era trovato in prima linea.
Le bombe
cadevano alzando grandi nubi di polvere e le schegge venivano scagliate ovunque,
una pioggia di munizioni cadeva sulla sua testa, le urla dei feriti si
confondevano fra il fragore delle esplosioni ed i fischi dei proiettili, e
mentre correva col fucile stretto fra le mani vedeva cadere chi gli stava
accanto.
La morte
l'avrebbe potuto colpire mille volte, ma non lo fece.
Intorno,
anonimi volti si contorcevano dal dolore e si accasciavano a terra, lui invece
continuava a correre diretto verso la vita.
E la vita
l'aveva portato sotto quell'albero, e quel Buddha sembrò sorridergli come non
mai.
"Nonno
T'ao, nonno T'ao!" un giovane con una lunga veste rossa e nera correva
verso il salice.
"Ah!
giovane nipote Yuan, sono qua."
"Finalmente
ti ho trovato, ho fatto una bella corsa per cercarti."
"Lo
vedo, sei tutto accaldato, siediti a riposarti vicino al tuo vecchio
nonno."
I due non si
dissero nulla per circa dieci minuti, fra quei due corpi si poteva notare tutto
il salto di due generazioni, l'uno indossava solo dei calzoni corti ed un
cappello in paglia, aveva la pelle color rame e lo sguardo che guardava sempre
lontano, l'altro aveva pelle bianca e vellutata avvolta in un fine vestito nuovo
ed il suo sguardo si muoveva frettoloso in tutte le direzioni osservando tutto
cercando di carpirne gli oscuri segreti.
"Dimmi
Yuan."
"Si
nonno?"
"Sei un
buon figlio."
Rimase lì
per lì scosso. "Non so, papà non è contento che io faccia l'università,
dice che farei meglio ad andare a guadagnarmi il pane nei campi come fa lui ed
il resto della famiglia, dice che per noi si è spaccato le ossa e tutti
dovremmo seguire il suo esempio."
"Aah!
l'unica cosa di cui lui ha bisogno è una serie di calci dal suo vecchio, così
glielo faccio vedere io cosa vuol dire spaccarsi qualcosa, tuo padre non ha mai
voluto far nulla ed ora se ne esce con queste balle da capofamiglia!"
Yuan rise, ed
il vecchio continuò:
"C'è
chi nasce per coltivare i campi e chi per tirare i conti,un letterato in
famiglia serve come un contadino e se tu vuoi dare una svolta alla tua vita ed a
quella della famiglia che ben venga, che si crede che da qui sino alle prossime
generazioni dobbiamo passare l'esistenza a coltivare il sorgo? E poi, non è
mica una tradizione, ma appena lo vedo mi sentirà!"
Yuan
continuava a ridere.
"Sai
figliolo, tu mi ricordi molto me da giovane, abbiamo lo stesso sguardo e la
stessa grinta."
"Sì, lo
so nonno."
"Nella
mia vita ho tanto viaggiato, ho conosciuto tutte le regioni della Cina e della
Corea, con mio padre, per cercar fortuna, per il servizio militare, per la
guerra, per inseguire tua Nonna, per affari, per i figli e per tanti altri
motivi, ed ogni volta mi chiedevo a cosa servisse, no che non mi piacesse ma...
perché!?!
Ora ho
capito, nella vita non facciamo altro che prepararci per il viaggio più
importante, quello che ci porterà tutti alle fonti del Fiume Giallo."
"Non
dire così, non mi va che parli di queste cose."
"Tu sei
ancora giovane e passi il tuo tempo a correr dietro alle ragazze, ma più si va
avanti con l'età più ci si prepara al grande viaggio, ed ora tutto mi è più
chiaro."
Adesso Yuan
guardava a terra con il viso pensieroso.
"Tieni."
"Cos'è?"
"E' una
statuetta del Santo Buddha, prendila, te la regalo, tu sei il mio futuro, in te
scorre il mio sangue, e tutto quello che ho fatto l'hai fatto anche tu."
Prese le mani
del nipote e gli mise la statua, poi le chiuse e sorridendo lo guardò negli
occhi:
"Ti
porterà fortuna come ne ha portata a me, ed in un qualsiasi futuro, quando tu
avrai preso il mio posto, donala a tuo nipote dicendo che gliela regala il
Nonno."